Malattia di Parkinson, battuta d’arresto per il deferiprone?

  • Alessia De Chiara
  • Notizie dalla letteratura
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Messaggi chiave

  • In pazienti con malattia di Parkinson in fase iniziale che non avevano mai assunto levodopa, il deferiprone è stato associato a un peggioramento della patologia.
  • La progressione della malattia è stata più rapida tra i trattati rispetto al gruppo placebo e ha portato a considerare l’inizio della terapia dopaminergica.
  • Con il deferiprone è stata comunque osservata una maggiore riduzione del contenuto di ferro a livello nigrostriatale.

Uno studio pubblicato su New England Journal of Medicine mostra che il ferrochelante deferiprone, messo a confronto con un placebo, non ha rallentato la progressione della malattia di Parkinson in un gruppo di pazienti che non avevano mai assunto una terapia dopaminergica e per i quali non vi era in previsione di iniziarla. “Al contrario, durante un periodo di 36 settimane, il deferiprone è stato associato al peggioramento dei sintomi motori e non motori” sottolineano i ricercatori.

Nelle persone colpite da malattia di Parkinson vi è un aumento del contenuto di ferro nella sostanza nera e alcune ricerche avevano suggerito che il deferiprone potesse ridurre il contenuto di ferro nigrostriatale, sebbene non fosse chiaro il suo effetto sulla progressione della patologia.

Lo studio di fase 2 ha coinvolto 372 pazienti con nuova diagnosi di malattia di Parkinson che non avevano mai assunto levodopa, randomizzati a ricevere per via orale deferiprone (15 mg per kg di peso corporeo 2 volte al giorno) o un placebo per 36 settimane, e poi monitorati per altre 4.

Il 22% (41) dei partecipanti assegnati al defiriprone e il 2,7% (5) di quelli del gruppo placebo ha abbandonato il trial a causa della progressione della malattia, tale da giustificare l’inizio della terapia dopaminergica. Alla settimana 36, il punteggio totale sul MDS-UPDRS (una scala di valutazione che include parti relative a funzione mentale, funzione motoria e attività di vita quotidiana) è aumentato rispettivamente di 15,6 e 6,3 punti (differenza 9,3 punti). Le analisi effettuate (intentiont to treat, per protocol e quella dei dati disponibili) hanno tutte portato a differenze simili in favore del placebo alle settimane 36 e 40. I principali eventi avversi severi sono stati agranulocitosi e neutropenia, osservate rispettivamente in 2 e 3 partecipanti assegnati al defiriprone.

Il contenuto di ferro nei pathways nigrostriatali e soprattutto nella sostanza nera, misurato mediante risonanza magnetica cerebrale in un sottogruppo di pazienti, è diminuito maggiormente nei partecipanti trattati con il defiriprone. “Questi risultati erano paradossalmente associati alla diminuzione del volume dei gangli della base nel gruppo placebo e all’aumento di volume nel gruppo deferiprone e alla mancanza di differenze tra i gruppi nell’imaging DaT (trasportatore della dopamina)” spiegano i ricercatori.