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Linea guida edizione 2019 - Aggiornata a ottobre 2019

Il dibattito sulle definizioni di "sopravvissuto” al cancro e di "sopravvivenza" si è intensificato negli ultimi anni.

Secondo la National Coalition for Cancer Survivorship (NCCS) negli Stati Uniti ogni individuo con diagnosi di cancro è considerato "un sopravvissuto” e lo è “dal momento della sua diagnosi". Per la sua condizione egli attraversa diverse "stagioni della sopravvivenza" in un continuum esperienziale.

L’impiego del termine “sopravvissuto” fa riferimento alla sofferenza delle persone con diagnosi di cancro e alla resilienza da loro manifestata rispetto ai cambiamenti drastici intervenuti nelle loro vite dal giorno della diagnosi, indipendentemente da quando essa sia stata formulata.

Tuttavia, nella maggior parte dei paesi europei vengono, oggi, considerati “sopravvissuti” al cancro quei pazienti che hanno vissuto oltre i 3 - 5 anni dalla diagnosi o dalla fine del trattamento e che si trovano in una condizione di remissione completa di malattia.

In qualsiasi caso, in contesti culturali in cui il termine "sopravvissuto" non ha connotazioni positive legate alla "resilienza", le persone che vivono dopo una diagnosi di cancro percepiscono tale termine come un'etichetta negativa o pessimistica, che le lega a un evento traumatico di vita mentre loro considerano l'esperienza del cancro come un contributo alla loro storia di vita e alla loro identità.

In uno studio qualitativo, effettuato nel Regno Unito, a 40 pazienti, la cui diagnosi di cancro al seno, al colon o alla prostata era avvenuta da almeno 5 anni, veniva chiesto se si ritenevano “sopravvissuti” al cancro. La maggioranza sosteneva di non considerarsi "sopravvissuto" in quanto il termine implica un  alto rischio di morte e li fa sentire legati a un'identità che non li descrive con precisione; il suo impiego, poi, suggerisce che un buon risultato terapeutico possa dipendere dalle caratteristiche individuali e richiama ad un ruolo di advocacy che loro non desiderano ricoprire. A questo va aggiunto, poi, che altri percepiscono il termine come eccessivamente eroico e carico di enfasi, irrispettoso di coloro che continuano a lottare contro il cancro o che purtroppo non ce la fanno

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