Lo stato del diabete in Italia: numeri e iniziative

  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
L'accesso ai contenuti di questo sito è riservato agli operatori del settore sanitario italiano L'accesso ai contenuti di questo sito è riservato agli operatori del settore sanitario italiano

di Fabio Turone (Agenzia Zoe)

 

L'annuncio dell'efficacia del tirzepatide nella perdita di peso dei soggetti obesi ha sollevato molte speranze al congresso dell'American Diabetes Association, anche se lo studio riguardava solo soggetti non diabetici con diverse comorbidità. Il farmaco è stato approvato nelle scorse settimane dalla Food and Drug Administration americana, ed è ancora al vaglio della European Medicines Agency, ma appare molto promettente: lo studio SURMOUNT-1 appena pubblicato sul New England Journal of Medicine segnala che non tutti i soggetti ottengono con la somministrazione settimanale perdite di peso altrettanto significative, ma secondo la prima autrice Ania Jastreboff potrebbero essere sufficienti a giustificare un diverso approccio alla prevenzione: "Forse possiamo prevenire il diabete trattando direttamente l'obesità" ha detto.

 

La situazione in Italia

Secondo la relazione annuale al Parlamento sul diabete mellito, pubblicata nei giorni scorsi, la condizione interessa una percentuale di popolazione minore rispetto a quanto stimato a livello globale. Ragionevolmente si aggira tra il 5,6% censito dall'ISTAT e il 4,7% rilevato della sorveglianza di popolazione di età compresa tra i 18 e i 69 anni condotta nell'ambito del progetto PASSI. Le due rilevazioni concordano nell'indicare una maggiore prevalenza nelle regioni del Sud rispetto a quelle del Centro e del Nord Italia.

Per quanto riguarda le prescrizioni di antidiabetici, il Rapporto OsMed 2020 dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), segnala che nel periodo 2014-2020 si sono mantenute pressoché costanti, passando da 61,8 a 64,6 DDD (dosi definite die) ogni mille abitanti/die, con una variazione media annuale di circa l’1%. Alla luce della diversa prevalenza non sorprende che le regioni meridionali abbiano un consumo superiore a quello del Nord (76,7 contro 57,6 DDD) e rispetto alla media nazionale (64,6 DDD).

 

L'impatto della pandemia

Tra febbraio e marzo 2021 l’Associazione medici diabetologi (AMD) ha condotto un’indagine tra i propri iscritti per misurare l’effetto della pandemia sul lavoro delle diabetologie italiane, e le contromisure adottate nei periodi di lockdown. Quasi 9 interpellati su 10 (87%) ha segnalato una riduzione delle consultazioni durante il periodo di lockdown, anche se le visite in presenza sono state quasi sempre garantite per i casi urgenti. Più basso è il dato relativo alle visite in persona di gravide con diabete e dei nuovi casi di diabete di tipo 1: durante il lockdown sono state garantite da appena due centri diabetologici su tre. Nella maggior parte dei centri (88%) sono state avviate modalità di assistenza a distanza (come televisita e teleconsulto) per garantire la continuità assistenziale. Il mezzo privilegiato è stato il contatto telefonico (82,2%) seguito dallo scambio via e-mail (72%).

Misure per facilitare il rinnovo del piano terapeutico sono state messe in atto quasi ovunque (le segnala il 96% dei partecipanti), mentre solo in due centri su tre è stato possibile garantire la distribuzione diretta di farmaci e presidi attraverso la farmacia ospedaliera (43%) o la diabetologia (24%).Una percentuale modesta, ma per molti versi significativa di sanitari non ha segnalato l'adozione di misure per ridurre il rischio di trasmissione del virus (1,8%).

In compenso, il 46% dei partecipanti ha dichiarato che durante il lockdown non sono state modificate le attività di consulenza diabetologica per i pazienti ricoverati in ospedale, mentre il 38% ha riferito che le attività sono continuate solo a distanza, nell’8% dei casi le consulenze sono state abolite.

 

Il punto sui programmi in atto per la prevenzione

La relazione ha anche riepilogato le azioni intraprese a livello nazionale per ridurre il carico di malattia secondario al diabete, sia come patologia a sé stante sia nell’ambito più generale del contrasto alle patologie croniche.

Per esempio, ill programma Guadagnare Salute, promosso dal Governo con un decreto datato 2007 e sempre attivo, mira per esempio ad agire sui fattori ambientali e sui determinanti socio-economici che condizionano l’insorgenza delle malattie croniche, promuovendo interventi lungo tutto il corso della vita.

Il diabete è ovviamente contemplato anche nei piani nazionali della prevenzione (PNP): quello per gli anni 2020-2025, per malattie croniche non trasmissibili indirizza verso interventi in grado di agire trasversalmente sui diversi determinanti di salute e di equità, e di promuovere l’attività fisica.

A questo si affianca il piano sulla malattia diabetica, che ha il compito di definire obiettivi strategici per la prevenzione, la cura e la riabilitazione del diabete, e per favorire percorsi che garantiscano al paziente uniformità di risposte e continuità di tutela.

Infine le iniziative congiunte a livello internazionale CHRODIS e CHRODIS Plus intendono facilitare lo scambio e il trasferimento di buone pratiche e i migliori approcci per la prevenzione e la cura delle malattie croniche, in particolare di malattie cardiovascolari, ictus e diabete di tipo 2, con un focus specifico sulla promozione della salute, la multimorbosità e la gestione del diabete.