L’approccio palliativo nella cirrosi epatica

  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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di Irene Salvetti (AULSS 9 Scaligera)

La cirrosi epatica è tra le prime cinque cause di morte nei soggetti in età produttiva in Italia. Si tratta di una patologia cronico-degenerativa ad evoluzione progressiva, dal decorso lento, che solo in casi selezionati può avvalersi di un trapianto di fegato. Comporta pertanto un elevato costo in termini individuali, sociali ed economici. I malati, in un tempo protratto e caratterizzato da fasi alterne, sperimentano perdita di produttività lavorativa, ridotta qualità della vita, necessità di cure (prestazioni sanitarie, farmaci, ospedalizzazioni, assistenza extraospedaliera), coinvolgendo in tutto ciò anche i loro famigliari.

Il documento intersocietario SICP-AISF-SIMG, oltre a delineare la storia naturale e gli aspetti clinico-assistenziali della patologia, propone il trasferimento del modello delle simultaneous care anche in ambito epatologico, in particolare nel paziente con cirrosi epatica scompensata ed escluso dalla prospettiva trapiantologica. La collaborazione e l’integrazione tra medico di medicina generale, epatologo ed èquipe di cure palliative consentirebbe di fornire continuità al percorso assistenziale, riconoscendo i bisogni e proponendo elementi di significativo sostegno clinico-relazionale durante il decorso della malattia. Un atteggiamento di questo tipo permetterebbe una valutazione prognostica del paziente affetto da cirrosi epatica in fase avanzata ragionando in termini di instabilità e complessità della situazione (fragilità fisica o psicologica e/o presenza di sintomi non controllati). Chiarire fin dai primi contatti di quale patologia si tratta e quali possono essere gli scenari prognostici aiuta ad avviare un percorso di consapevolezza nel paziente e nei suoi famigliari, conferendo alle figure professionali che costituiscono l’équipe di cure palliative un ruolo di reale sostegno, supporto flessibile e ricchezza assistenziale. Inoltre favorirebbe una comunicazione efficace ed un franco confronto rispetto una migliore pianificazione della propria vita e una condivisione anticipata e progressiva dei percorsi di cura.

Il percorso di cure condivise realizza una garanzia di presenza empatica, assicura spazi e tempi adatti alla comunicazione e al confronto, consente di identificare un trattamento realmente personalizzato, adeguato, efficace, effettivamente praticabile, e non eccessivamente gravoso per il malato e la sua famiglia, oltre che eticamente giusto nel rispetto del principio etico di giustizia distributiva.I