L’aborto è un atto di salute pubblica

  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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La decisione della Corte suprema statunitense di ribaltare la sentenza Roe vs Wade (una storica sentenza del 1973 che stabiliva il diritto di autodeterminazione della donna in caso di gravidanza indesiderata) apre la porta alle leggi antiabortiste già pronte in diversi Stati.

Il pronunciamento, infatti, non vieta il ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza ma priva le donne americane della protezione federale che rendeva di fatto impugnabili tutte le leggi locali volte a limitare in qualsiasi modo il diritto di decidere sulla propria salute riproduttiva.

“Si tratta di una sentenza che interessa in principio solo gli Stati Uniti ma che può avere ripercussioni in tutto il mondo, poiché la Roe vs Wade è stata a sua volta una sentenza storica, che ha aperto una riflessione generale negli stati moderni intorno al tema dell’aborto e che è stata molto influente sul piano culturale anche da noi in Italia” spiega Amedeo Santosuosso, ex giudice di Corte d’Appello e direttore dello European Center for Law Science and New Technologies dell’Università di Pavia.

 

Una questione di salute pubblica

Per la prima volta, nell’ormai cinquantennale dibattito intorno all’aborto e alle leggi che lo tutelano, la maggioranza delle organizzazioni scientifiche ha espresso la propria contrarietà alla sentenza, a volte con prese di posizione pubbliche inedite per un tema bioetico, e ha ribadito la natura protettiva del diritto d’aborto. La prima a farlo è stata l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) che, nel marzo di quest’anno, ha prodotto nuove linee guida per la gestione dell’interruzione volontaria di gravidanza (IVG). Tra le principali raccomandazioni, quella di decriminalizzare l’aborto, di renderlo accessibile evitando limitazioni di sorta o autorizzazioni da parte di terzi, di privilegiare l’approccio farmacologico rispetto a quello chirurgico, di evitare periodi obbligatori di attesa dopo la prima richiesta e di porre dei correttivi agli effetti distorsivi delle eventuali obiezioni di coscienza da parte del personale sanitario. La sentenza della Corte Suprema statunitense va nella direzione opposta a quella supportata dagli esperti di salute pubblica poiché renderà possibile, per esempio, introdurre forme di restrizione locale anche negli Stati dove l’aborto resta comunque praticabile in qualche misura.

Nel 1992, per esempio, il caso Planet Parenthood vs Casey portò la Corte suprema di allora a stabilire che i giudici devono sempre soppesare le nuove legislazioni locali alla luce dei possibili ostacoli all’autodeterminazione, come nel caso degli adolescenti che, secondo alcuni Stati, avrebbero dovuto richiedere il consenso parentale per abortire. Ora ogni Stato sarà libero di legiferare in materia.

 

I dati su cui ragionare

Per l’OMS, l’aborto è semplicemente un atto medico che si può ascrivere nell’ambito della prevenzione e della salute femminile. La discussione presso la Corte Suprema è stata anche l’occasione per rivedere le prove scientifiche a sostegno di questo approccio. Un gruppo di 547 esperti di salute pubblica, salute riproduttiva, ginecologia e neonatologia ha infatti firmato un memorandum per la Corte (in gergo tecnico un “amicus brief”) in cui raccoglie i dati a sostegno del fatto che l’aborto è un elemento imprescindibile della gestione della salute femminile e che i bambini nati da gravidanze indesiderate hanno maggiori patologie, inclusa la nascita pretermine e il basso peso alla nascita.

Inoltre i figli indesiderati subiscono effetti nell’arco di tutta la vita legati alla povertà e alla diseguaglianza, mentre le madri a cui viene negato il diritto di abortire diventano spesso vittime di violenza domestica e svalutazione di sé, con gravi danni psichici e fisici.

Quando lo Stato del Texas è riuscito a far passare una legge antiabortista, la percentuale di interruzioni di gravidanza è calata del 13% l’anno, lasciando senza alternative soprattutto le donne più povere e meno istruite, incapaci di trovare una soluzione per varcare i confini dello Stato. Secondo una stima conservativa, riportata dalla rivista Nature, ora potrebbero essere oltre 100.000 le donne americane che metteranno alla luce un figlio indesiderato.

Uno degli studi più completi che hanno dimostrato gli effetti nefasti della negazione dell’aborto è il Turnaway Study, condotto dall’Università della California in San Francisco. Dopo aver seguito 1000 donne reclutate al momento della richiesta di abortire, gli scienziati hanno dimostrato che quelle che si sono viste negare il diritto a interrompere la gravidanza hanno maggiori probabilità di vivere in povertà, di non riuscire a uscire dalla propria condizione sfavorevole, di non avere i mezzi per supplire ai bisogni del bambino e, in generale, di avere un livello di educazione, salute psichica e salute fisica inferiore rispetto alle donne alle quali è stato consentito di abortire. Ovviamente questi danni si riflettono sullo stato di salute dei figli (anche di quelli voluti e già nati) e si sommano a quelli già noti legati ai tentativi di porre fine alla gravidanza con metodi autosomministrati o con interventi condotti da personale non qualificato o in condizioni igienico-sanitarie inadeguate.

 

La soluzione è farmacologica?

Secondo una stima riferita da un recente editoriale di Lancet dal titolo significativo di “Perché dobbiamo difendere Roe vs Wade”, sono circa 120 milioni l’anno, nel mondo, le gravidanze indesiderate, i tre quinti delle quali viene interrotta con un aborto. Solo il 55% delle donne che si sottopongono a un aborto lo fa però in un contesto sicuro. Ciò significa che sono 33 milioni l’anno le donne che, nel mondo, mettono a rischio la propria vita per ottenere un aborto attraverso metodi non controllati.

Per questa ragione le raccomandazioni dell’OMS pongono l’accento sulla distribuzione capillare della pillola abortiva, una soluzione che faciliterebbe l’accesso a uno strumento sicuro e gestibile anche al domicilio. Non a caso la distribuzione di pillole abortive con il supporto di una assistenza in telemedicina è una delle soluzioni prospettate dalle associazioni a favore del diritto all’autodeterminazione, per affrontare il problema negli Stati che non consentiranno più l’IVG. L’associazione Aid Access, per esempio, ha sede in Austria e invia la pillola abortiva per posta a donne di tutto il mondo sin dal 2005. Una strategia non del tutto priva di rischi poiché, in caso di complicanze, molti Stati negano l’assistenza medica alle donne che hanno praticato un aborto autogestito e alcuni, inclusi certi Stati americani dopo sentenza della Corte costituzionale, si spingono fino a prospettare una criminalizzazione dell’atto stesso.

Nonostante ciò, Aid Access e altre organizzazioni di supporto sono a favore della prescrizione anticipata di una dose di farmaco abortivo a ogni donna in età fertile, in modo da evitare problemi di tracciabilità o di tempistiche, anche perché il misoprostolo ha altre indicazioni, compreso il trattamento dell'ulcera gastrica.

“Leggendo le raccomandazione dell’OMS possiamo dire che anche l’Italia applica una legislazione che non risponde a ciò che sappiamo sul piano scientifico in materia di effetti negativi della negazione dell’aborto” conferma Alessandra Kustermann, per anni alla guida di un reparto di ginecologia tra i più importanti d’Italia presso la Clinica ginecologica Mangiagalli di Milano. “Abbiamo il periodo obbligatorio di attesa, innumerevoli restrizioni, il limite temporale per gli aborti non terapeutici e, soprattutto, l’obiezione di coscienza. La legge 194 che regola l’aborto in Italia non sancisce l’autodeterminazione della donna, ma solo la possibilità di abortire per ragioni mediche e psicologiche. In sostanza , si può abortire per proteggere la salute materna, non per semplice decisione. Ma il vero problema rimane l’alto numero di obiettori di coscienza, anche se sono felice di poter dire che quest’anno la percentuale di medici obiettori è scesa dal 70 al 64 per cento. Vuol dire che le giovani generazioni di medici sono più attente al benessere delle donne. Come sappiamo, però, l’obiezione è disomogenea sul territorio nazionale e ci sono intere Regioni dove ottenere un aborto in tempi ragionevoli è molto difficile e, a volte, impossibile, malgrado la legge imponga agli ospedali pubblici di fornire il servizio. Per quel che riguarda il ricorso all’aborto farmacologico, la media nazionale è ferma al 35%, anche se in alcune Regioni supera il 50%”.

Nel 2018, la Commissione Guttmacher-Lancet sulla salute sessuale e riproduttiva ha concluso che il diritto a servizi di aborto sicuro e al trattamento delle complicazioni derivanti da un aborto non sicuro sono centrali per qualsiasi concezione del benessere di una donna e per l'uguaglianza di genere. “La disponibilità di un pacchetto essenziale di interventi per la salute sessuale e riproduttiva dovrebbe essere un diritto fondamentale per tutte le donne, compresa un'educazione sessuale completa; accesso ai contraccettivi moderni; servizi di aborto sicuro; prevenzione e cura dell'HIV e di altre malattie sessualmente trasmissibili; prevenzione e trattamento della violenza di genere; consulenza per la salute sessuale; e servizi per l'infertilità” scrive in un editoriale la rivista Lancet. "Che tipo di società sono diventati gli Stati Uniti quando un piccolo gruppo di giudici è autorizzato a danneggiare le donne, le loro famiglie e le comunità che sono stati incaricati di proteggere?”.