La terapia ormonale nel tumore prostatico metastatico resistente alla castrazione


  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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In pazienti con tumore prostatico metastatico resistente alla castrazione (mCRPC), il profilo di sicurezza, il tasso di risposta del PSA e gli esiti oncologici della terapia ormonale sono simili quando questa è usata come terapia di prima o di seconda linea. I nuovi dati sull’uso della terapia ormonale nel contesto real-life provengono da uno studio coordinato dai dipartimenti di Urologia dell’Istituto Regina Elena e dell’Università “La Sapienza” di Roma, pubblicato sulla rivista World Journal of Urology.

Lo studio ha analizzato 137 pazienti con mCRPC naïve alla chemioterapia trattati con la terapia ormonale, 88 con abiraterone (AA) e 49 con enzalutamide (EZ), nel periodo 2012-2018 presso 5 centri italiani. Quando la terapia ormonale era usata come prima linea di trattamento, i pazienti trattati con EZ avevano una risposta del PSA significativamente più alta di quelli trattati con AA (97% contro 67%). La tossicità e la probabilità di essere vivi a 2 anni senza progressione di malattia erano invece simili con i due farmaci. Nell’analisi univariata, il PSA alla baseline e un elevato volume di malattia erano indicativi di una prognosi peggiore.

Complessivamente 28 pazienti sono passati a una terapia di seconda linea: 19 hanno ricevuto l’EZ e 9 una terapia radiometabolica (Radium-223 o Lutetium-177). Tossicità, tasso di risposta del PSA ed esiti oncologici (PFS a 2 anni, sopravvivenza complessiva e sopravvivenza malattia-specifica) erano comparabili a quelli osservati con la terapia di prima linea.

In base ai risultati osservati nel contesto real-life, gli autori dello studio concludono che due linee di terapia diverse dalla chemioterapia, quando fattibili, sono ben tollerate ed efficaci in questa specifica categoria di pazienti. Dati più indicativi sull’ordine in cui andrebbero somministrati AA ed EZ sono attesi da uno studio canadese di fase III non ancora concluso.