La risposta del tumore del colon-retto alle terapie mirate


  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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Proprio come avviene negli organismi unicellulari, anche il tumore del colon-retto per rispondere agli stress (per esempio alle terapie), aumenta temporaneamente la propria instabilità genetica e la capacità di mutare. Questo processo, la cosiddetta “mutagenesi indotta da stress”, è stato già descritto per lieviti e batteri che riescono così a sopravvivere quando incontrano un ambiente ostile, ed è stato ipotizzato da un gruppo di ricercatori italiani anche per il tumore del colon-retto.

“L’insorgenza di resistenza alle terapie mirate limita notevolmente l’efficacia di questi trattamenti in oncologia” spiegano dalle pagine di Science gli autori dello studio, guidati da Mariangela Russo dell’Istituto Oncologico di Candiolo (Torino). “L’ipotesi oggi più diffusa è che il tumore contenga già cellule resistenti all’inizio della terapia, ma noi ipotizziamo che la resistenza potrebbe essere legata anche a meccanismi diversi” aggiungono.

In particolare l’idea è che il tumore del colon-retto riesca, come fanno molti microrganismi, a diventare più instabile dal punto di vista genetico e più propenso a mutare quando incontra le terapie a bersaglio molecolare. Questo darebbe origine a nuove mutazioni e, magari, anche alla resistenza ai farmaci. Nella loro ricerca, Russo e colleghi hanno in effetti osservato che le cellule di tumore colorettale che sopravvivono agli inibitori di EGFR e/o BRAF modulano in modo diverso i meccanismi di riparazione del DNA e aumentano la propria capacità mutagenica.

“Abbiamo notato anche che questi cambiamenti sono transitori e la situazione torna alla normalità non appena le cellule acquisiscono caratteristiche tali da vivere e crescere anche in presenza del farmaco” spiegano i ricercatori, ricordando che queste osservazioni vanno ben al di là della ricerca di base poiché ci dicono che, quando è sotto la pressione delle terapie, il tumore abbassa i meccanismi che portano alla riparazione dei danni al DNA e diventa in un certo senso più vulnerabile. “Una vulnerabilità che deve essere studiata per il suo potenziale impatto clinico” concludono.