La doppia broncodilatazione non serve nel fumatore con sintomi

  • Alessia De Chiara
  • Notizie dalla letteratura
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  • In individui esposti al fumo di tabacco con una funzione polmonare preservata, una terapia broncodilatatoria doppia non ha diminuito i sintomi respiratori.
  • È necessario condurre ulteriori studi per capire come trattare questi pazienti.
  • È inoltre necessario distinguerli dai pazienti affetti da broncopneumopatia cronica ostruttiva esposti al tabacco, nei quali invece risulta efficace.

Una terapia inalatoria basata su due broncodilatatori non ha diminuito i sintomi respiratori in persone senza broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), esposte attualmente o in passato al fumo di tabacco e colpite da sintomi respiratori persistenti nonostante avessero una funzione polmonare preservata, valutata mediante spirometria. È quanto emerso da uno studio pubblicato su New England Journal of Medicine, che fornisce diversi dati in merito al trattamento di questa popolazione di pazienti, probabilmente numerosa.

“Molte persone con storia di fumo di tabacco hanno sintomi respiratori clinicamente significativi nonostante un'assenza di ostruzione delle vie aeree analizzata mediante spirometria” esordiscono i ricercatori, i quali spiegano che questi individui spesso sono trattati con i medicinali per la BPCO, sebbene manchino studi randomizzati sull’argomento.

Si è voluto quindi testare l’ipotesi secondo cui una broncodilatazione doppia, mediante la combinazione di un LABA (β2 agonista a lunga durata d’azione) e un LAMA (antagonista muscarinico a lunga durata d’azione), possa portare benefici a fumatori o ex fumatori (almeno 10 pacchetti l’anno) con sintomi respiratori (punteggio di almeno 10 sul questionario COPD Assessment Test) e funzione polmonare preservata alla spirometria (rapporto tra volume massimo espiratorio in un secondo [FEV1] e capacità vitale forzata [FVC] di almeno 0,70 e FVC di almeno il 70% del valore previsto in seguito all’utilizzo di un broncodilatatore).

535 persone tra i 40 e gli 80 anni sono state randomizzate a ricevere indacaterolo (27,5 μg) più glicopirrolato (15,6 μg) o un placebo due volte al giorno per 12 settimane. Al termine di tale periodo, il trattamento non ha sortito alcun effetto nella popolazione intention to treat (471 partecipanti). In particolare, il 56,4% dei pazienti del gruppo trattato e il 59% di quelli del gruppo placebo ha ottenuto una riduzione del punteggio sul St. George’s Respiratory Questionnaire di almeno 4 punti (miglioramento) senza fallimento del trattamento, per una differenza di -2,6 punti percentuali. Non è stato osservato alcun effetto, neanche nelle analisi di sensibilità e, inoltre, sono stati ottenuti risultati simili anche nell’analisi per protocol. Nel gruppo di trattamento e in quello placebo c'è stato un cambiamento medio nella percentuale di FRV1 prevista e nella capacità inspiratoria rispettivamente di 2,48 e -0,09 punti percentuali e di 0,12 e 0,02 litri.

Gli eventi avversi non gravi più comuni sono stati tosse e mal di testa. Nessuno degli eventi gravi riscontrati (4 nel gruppo di trattamento e 11 in quello placebo) è stato correlato al tipo di trattamento.

“I nostri risultati hanno implicazioni importanti per la pratica clinica” scrivono i ricercatori, i quali spiegano che il fatto che un fumatore o ex fumatore con sintomi respiratori abbia una funzione polmonare preservata debba scoraggiare i medici a prescrivere broncodilatatori allo scopo di controllare i sintomi. Il che va in contrasto con l’uso di tali farmaci nei pazienti con BPCO che traggono benefici da questo tipo di trattamento. È quindi importante distinguere questi due gruppi di pazienti, il che spesso non avviene nella pratica clinica, dove la spirometria viene utilizzata di rado nell’ambito dell’assistenza primaria per la BPCO.