Israele, le ragioni del successo nel vaccino antiCovid


  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Notizie Mediche Univadis
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Oltre 2 milioni di persone vaccinate con una dose di vaccino antiCovid, quasi 500.000 che hanno già completato il secondo ciclo alla data del 22 gennaio, su una popolazione di poco più di 8 milioni di abitanti: sono questi i numeri che fanno di Israele un modello per chi deve mettere a punto una strategia vaccinale efficace. Copiarne i risultati, però, non sarà facile: gli ingredienti del successo sono tanti ma difficilmente replicabili.

“Eravamo considerati un paese fallimentare dal punto di vista del controllo della pandemia” spiega Nadav Davidovich, epidemiologo e direttore della Scuola di Salute Pubblica della Facoltà di Scienze Sanitarie della Ben Gurion University di Beer Sheva, nel deserto del Negev. Davidovich è considerato uno dei massimi esperti di policy sanitaria del Paese e ha attivamente collaborato alla messa a punto dei piani pandemici che Israele ha preparato ben prima che scoppiasse la crisi di Covid-19.

“Dopo un primo lockdown efficace, nella scorsa primavera, il Governo ha faticato a trovare una strategia efficace, anche per via dell’instabilità politica che caratterizza il Paese negli ultimi due anni” spiega l’esperto che ha tenuto un webinar sull’argomento, organizzato dall’Associazione Amici della Ben Gurion University e dall’Università della Svizzera Italiana.

 

Un piano prestabilito

Tutto è cambiato il 23 dicembre scorso quando è iniziata la più efficace e rapida campagna vaccinale mai portata avanti da un singolo Paese. L’agenzia regolatoria israeliana per i farmaci ha approvato, ancor prima dell’Europa, il vaccino Pfizer/BioNTech. E ha messo in atto un piano che era stato programmato quando ancora non si sapeva nemmeno che sarebbe stato un coronavirus a minacciare la salute mondiale.

“Israele è uno stato che è abituato a vivere in situazione di emergenza e ha sviluppato una grande competenza in materia di preparazione e risposta” spiega Davidovich. “Per esempio, da molti anni esiste un piano per fronteggiare un attacco bioterroristico che comprende anche uno scenario nel quale è necessario somministrare rapidamente a tutti i cittadini un vaccino o un antidoto. Parti di quel piano, e tutta l’infrastruttura sottostante, in particolare quella informatica e logistica, sono stati utilizzati per far funzionare la campagna vaccinale”.

La logistica è stata parzialmente supportata dall’esercito (per esempio per quanto riguarda la catena del freddo) mentre alla somministrazione ha provveduto un efficiente sistema sanitario nazionale che offre copertura universale gratuita a tutti i cittadini.

“In Israele abbiamo un sistema sanitario pubblico ed è obbligatorio iscriversi a una delle quattro società di assistenza medica e previdenziale, che sono in concorrenza diretta tra di loro e sono al contempo proprietarie di circa il 50% degli ospedali (l'altro 50% è gestito direttamente dalla Stato)” dice Davidovich.

 

Un sistema basato sul territorio

Il sistema sanitario nazionale è basato su modello che punta sulla medicina territoriale, data anche la natura del Paese, dove accanto a grandi città moderne vi sono molte cittadine più piccole e villaggi abitati da una popolazione molto variegata.

“Nel pianificare la distribuzione del vaccino abbiamo pensato che il modello più efficace è quello che porta il vaccino il più vicino possibile all’utente e non il contrario” afferma l’epidemiologo.

Sono quindi stati coinvolti non solo gli ambulatori ospedalieri ma anche i consultori familiari della rete Tippot Halav (l’equivalente della Lega del Latte, che sostiene l’allattamento al seno, fa prevenzione presso le neomadri e somministra i vaccini ai bambini), presenti praticamente dappertutto in un Paese ad elevata natalità.

Inoltre il Maghen David Adom (l’equivalente della Croce Rossa) è stato reclutato per somministrare il vaccino nelle RSA e nelle comunità.

 

Puntare sull’informatica

Il piano contro il bioterrorismo ha garantito anche l’esistenza di una infrastruttura informatica efficiente: i cittadini si collegano con una app al sito della propria cassa malattia che, alla luce anche delle informazioni mediche di cui è a conoscenza (per esempio eventuali diagnosi o ruoli professionali che rendono la persona particolarmente a rischio), prenota in pochi minuti le due somministrazioni rispettando un algoritmo di priorità. Ogni persona si reca al punto vaccinale indicato e viene identificato dal codice rilasciato dalla app, che si trasforma, al termine della somministrazione, in un certificato vaccinale digitale che permetterà, se necessario, di rilasciare rapidamente un eventuale passaporto vaccinale. “È un argomento sul quale stiamo discutendo, ma non c’è ancora consenso in merito” spiega l’esperto, che aggiunge: “Nel caso di pazienti fragili, anziani o membri di comunità in cui è più elevata la resistenza ai vaccini, come quelle ultraortodossa e araba, ci muoviamo proattivamente per chiamare le persone e fissare gli appuntamenti” dice Davidovich.

La vaccine hesitancy è molto bassa grazie a numerose campagne informative sul tema portate avanti negli ultimi anni, con l’eccezione di alcune enclaves tra cui, appunto, gli ebrei ultraortodossi, i villaggi arabo-palestinesi e la comunità beduina che abita nel deserto di Giudea e nel Negev.

Per questo, oltre a una campagna centralizzata contro le fake news gestita in collaborazione con i maggiori media e le istituzioni scientifiche, sono state attivate anche campagne mirate, coinvolgendo le persone chiave delle diverse comunità, come rabbini, imam e capi tribù. “La scelta di investire in comunicazione è frutto anche degli errori compiuti nella prevenzione del contagio. Tra gli ultraortodossi, per esempio, è positivo il 25 per cento della popolazione, a fronte di una media nazionale che si attesta intorno al 9,2 per cento: una enormità, che mette a rischio non solo l’intero Paese ma la sopravvivenza stessa di questi gruppi”.

 

Fase 4 e trasparenza

Israele è stato criticato anche per un accordo stipulato dal governo con Pfizer al fine di ottenere una fornitura costante e tempestiva di dosi. “L’agreement è stato reso noto qualche giorno fa. Si tratta di un accordo che prevede che Israele funga da paese pilota per studi osservazionali di fase 4, fornendo a Pfizer (ma anche, in contemporanea, all’OMS) informazioni sull’efficacia del vaccino e sugli effetti collaterali” spiega l’esperto.

Le condizioni del Paese lo rendono unico sul piano del modello epidemiologico: una popolazione relativamente limitata, una buona infrastruttura sanitaria e informatica, in grado di raccogliere dati in modo estremamente capillare, un’ampia variabilità genetica che permette di studiare gli effetti del vaccino anche da quel punto di vista, confini praticamente sigillati con i Paesi confinanti.

“L’agreement contiene alcuni omissis che sono stati oscurati, in particolare per quel che riguarda la responsabilità di eventuali effetti collaterali, e questa è materia di discussione pubblica. Vogliamo capire meglio i termini dello scambio. Ma dal punto di vista bioetico non ci sono problemi, perché gli studi di fase 4 non richiedono la raccolta di un consenso informato individuale, tanto più che abbiamo avuto la conferma ufficiale che il ministero della salute passerà a Pfizer solo dati aggregati” spiega Davidovich. “È più un problema di fiducia generale verso le istituzioni: sarebbe stato meglio dire subito a tutti che ci offrivamo per essere un paese pilota e per contribuire allo sviluppo dei vaccini in cambio di una fornitura rapida e consistente”.

Da qualche giorno in Israele è stato approvato anche il vaccino Moderna e gli studi di fase 4 consentiranno di sapere se ci sono differenze in termini di efficacia. Ed è arrivata, purtroppo, anche la variante inglese del virus. “Al momento abbiamo alcuni casi di donne gravide positive per la variante e in gravi condizioni. Stiamo cercando di capire se c’è una relazione” dice l’esperto.

 

I primi risultati

Per quel che riguarda gli effetti dell’immunizzazione, invece, alcune anticipazioni del ministero della salute israeliano confermano che dopo la prima dose si è ammalato il 6,6 per cento dei vaccinati, a dimostrazione del fatto che la risposta immunitaria è largamente insufficiente in assenza di un secondo inoculo.

Uno studio su un campione selezionato di 250.000 soggetti mostra che c’è una riduzione del 33 per cento dei casi di infezione rispetto a un campione analogo non vaccinato, misurato due settimane dopo la prima inieizione. Si tratta di dati preziosi che fanno ben sperare: il vaccino avrebbe un effetto anche sulla prevenzione dell’infezione e non solo sulla riduzione della gravità della malattia.

La maggior parte dei dati è comunque pubblica e consultabile da una dashboard accessibile a chiunque.

“Al momento stiamo vaccinando i 50enni e speriamo di arrivare rapidamente a coprire l’intera popolazione. Stiamo attendendo l’approvazione di un vaccino pediatrico, anche per riaprire le scuole. Al momento applichiamo un modello chiamato pooling, che prevede di testare a campione e con frequenza ravvicinata un elemento di ciascun gruppo classe, e di estendere i test solo in caso di positività del caso sentinella. Si tratta di un sistema di sorveglianza epidemiologica già testato che dovrebbe permettere, insieme al completamento della vaccinazione, di tenere sotto controllo il contagio senza sovraccaricare il sistema sanitario” conclude Davidovich. “Il contenimento della pandemia non si fa comunque solo col vaccino: è necessario un investimento su tutto il sistema sanitario nazionale e in particolare sulla medicina territoriale. Il modello israeliano dimostra, semmai ce ne fosse stato bisogno, che un sistema universale e gratuito protegge la salute meglio di un sistema privatistico”.

Al momento, il numero di casi nel paese non mostra flessioni significative: gli effetti sull’andamento epidemiologico di questa campagna vaccinale senza precedenti si vedranno tra fine gennaio e inizio febbraio.