'Invitiamo Andi a non lasciare l'Italia, abbiamo bisogno di lui'


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Milano, 23 ago. (AdnKronos Salute) - "Esprimiamo la nostra solidarietà al collega Andi Nganso, vittima di un grave episodio razzista. Il razzismo è una delle forme più odiose di violenza, perché attacca l'essenza stessa della persona ed è quanto di più lontano ci sia dai principi fondanti la nostra professione, che si scaglia con forza contro ogni forma di discriminazione, invitando invece ad accogliere nello stesso modo chiunque abbia bisogno di aiuto". Così Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri (Fnomceo), commenta le scritte razziste trovate dal collega sulla sua macchina all'uscita di un ristorante a Roma nel quartiere Pigneto. L'episodio è stato denunciato ieri dal giovane camice bianco, originario del Camerun e da 19 anni in Italia, che da 3 mesi si è trasferito nella Capitale per lavorare per la Croce Rossa Italiana.

"Si dice che nessuno è razzista da solo, perché l'idea stessa di razzismo presuppone la contrapposizione di un gruppo a un altro - osserva Anelli in una nota - A questo collega voglio ora dire che non è da solo di fronte a questa violenza, perché tutto il corpo medico si sente offeso. Come medici dobbiamo riscoprire il forte ruolo sociale della nostra professione, che si esprime anche con il tradurre all'interno della società i nostri valori fondanti di uguaglianza, rispetto della persona, tutela dei diritti".

"Invitiamo il collega, che un anno fa era stato già oggetto di una grave discriminazione da parte di una paziente che aveva rifiutato le sue cure", ricorda Anelli riferendosi a una vicenda raccontata dallo stesso Nganso e avvenuta a Cantù in provincia di Como, "a non abbandonare il nostro Paese, pur in questo momento difficile. E' proprio nell'attuale clima diffuso di ostilità contro lo straniero, che ha come degenerazione la violenza, che abbiamo tanto più bisogno della sua testimonianza e del suo impegno civile e sociale, così come di quello di tutti i medici".

Il presidente della Fnomceo conclude citando Primo Levi in 'Se questo è un uomo': "A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che 'ogni straniero è nemico'. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all'origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il lager".