Iniezione di calcio nel paziente con arresto cardiaco: un bene o un male?

  • Elena Riboldi — Agenzia Zoe
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Messaggi chiave

  • In adulti colpiti da arresto cardiaco fuori dall’ospedale, la somministrazione endovena o intraossea di calcio non si è mostrata superiore alla soluzione salina nel favorire il ritorno sostenuto alla circolazione spontanea.
  • Il trial è stato sospeso per il timore di possibili effetti dannosi del trattamento, suggeriti dagli esiti dei pazienti che aveva ricevuto il calcio.
  • I risultati dello studio non supportano la somministrazione del calcio durante un arresto cardiaco fuori dall’ospedale.

 

Uno studio randomizzato danese sconsiglia il ricorso ad iniezioni endovena o intraossee di calcio per favorire il ritorno alla circolazione spontanea nei pazienti con arresto cardiaco avvenuto in un contesto extraospedaliero. I risultati del trial, pubblicati sulla rivista JAMA, suggeriscono che, oltre a non essere di beneficio, il trattamento possa persino essere dannoso, anche se questa informazione va presa con cautela data la prematura interruzione dello studio.

Le linee guida statunitensi ed europee consigliano di utilizzare il calcio nell’arresto cardiaco solo in determinate circostanze, l’arresto causato da ipercaliemia, ipocalcemia o da una dose eccessiva di calcio-antagonisti. Poiché il calcio ha un ruolo cruciale nella contrazione muscolare è comunque ragionevole ipotizzare che possa avere un effetto positivo sulla contrattilità cardiaca durante un arresto e infatti in ospedale viene spesso utilizzato: in base ai dati di un registro USA, il 25-30% dei pazienti adulti con arresto cardiaco in ospedale riceve calcio. Ad oggi erano stati pubblicati solo due piccoli studi randomizzati, non conclusivi, in cui era stato testata la somministrazione di calcio nei pazienti con arresto cardiaco fuori dall’ospedale. Lo studio danese si è proposto di fare chiarezza.

Sono stati arruolati 397 pazienti adulti con arresto cardiaco fuori dall’ospedale, randomizzati (1:1) per ricevere due iniezioni endovenose o intraossee di calcio cloruro (5 mmol) o salina. La prima dose è stata somministrata immediatamente dopo la prima dose di epinefrina. L’esito primario era il ritorno alla circolazione spontanea, gli esiti secondari includevano la sopravvivenza e un esito neurologico favorevole (punteggio 0-3 della scala modificata di Rankin). Lo studio è stato condotto in doppio-cieco.

In origine era stato programmato un campione di 430 pazienti, ma l’analisi ad interim ha portato all’interruzione prematura del trial. Un ritorno sostenuto alla circolazione spontanea si è verificato nel 19% dei pazienti del gruppo trattato con calcio e nel 27% dei pazienti del gruppo placebo (RR 0,72 [95%CI 0,49-1,03]; differenza di rischio non statisticamente significativa). A 30 giorni, era vivo il 5,2% dei pazienti che avevano ricevuto calcio e il 9,1% dei pazienti che avevano ricevuto la salina (RR 0,57 [0,27-1,18]; differenza di rischio non statisticamente significativa). È stato osservato un esito neurologico favorevole a 30 giorni nel 3,6% dei pazienti tratti con calcio e nel 7,6% dei pazienti a cui è stata somministrata la salina (RR 0,48 [0,20-1,12]; differenza di rischio non statisticamente significativa). Tra i pazienti a cui è stata misurata la concentrazione di calcio che sono tornati alla circolazione spontanea, il 74% nel gruppo calcio e il 2% nel gruppo salina avevano un’ipercalcemia.

Va usata prudenza nel trarre conclusioni riguardo alla dannosità della somministrazione del calcio per la gestione dell’arresto cardiaco. “I trial che vengono interrotti presto sulla base della conoscenza dei dati maturati tendono a sovrastimare gli effetti” avvertono gli autori, riconoscendo che la tendenza ad esiti peggiori osservata nel gruppo trattato con calcio possa dipendere da risultati casuali. “Anche se contraria all’ipotesi originale – proseguono però – esistono meccanismi teorici che potrebbero potenzialmente spiegare un effetto dannoso del calcio durante l’arresto cardiaco”. Tra i meccanismi ipotizzati vi è il fatto che il sovraccarico di calcio intracellulare e mitocondriale immediatamente successivo alla somministrazione possa aver causato un’ipercontrazione cardiaca, un fenomeno chiamato “cuore di pietra”. Inoltre, il calcio potrebbe aver agito su numerose vie di segnalazione, promuovendo lo stress ossidativo, il rilascio di fattori proapoptotici e l’attivazione di lipasi, proteasi e nucleasi.

“I risultati di questo studio suggeriscono che è probabile che la somministrazione di calcio a una popolazione con arresto cardiaco non selezionata non migliori gli esiti, ma che di fatto possa tradursi in esiti peggiori – concludono gli autori, puntualizzando un aspetto che resta irrisolto – Questo trial è stato condotto nel setting extraospedaliero con un tempo relativamente lungo per la somministrazione del farmaco. Non è quindi chiaro quanto possa essere generalizzato al setting intraospedaliero”.