Il benessere dei medici, tra vecchi problemi e nuove prospettive

  • Cristina Ferrario — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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Ci è voluta la pandemia di COVID-19 per scoperchiare definitivamente il vaso di Pandora dal quale sono emersi i tanti problemi legati al benessere dei medici e del personale sanitario. Le recenti vicende hanno infatti posto di fronte agli occhi di tutti l’enorme carico di lavoro al quale sono stati sottoposti questi lavoratori: una fatica fisica estenuante alla quale si aggiunge anche il peso psicologico ed emotivo di trovarsi quotidianamente alle prese con l’emergenza, la morte e la malattia.

Il cosiddetto burnout che colpisce i medici non è certo un tema nuovo alla comunità medica e ai decisori politici, e in effetti nel corso degli anni si è cercato in molti modi di eliminarlo, o quantomeno di contenerlo, seppur con alterne fortune.

In un articolo pubblicato sul New England Journal of Medicine, si parte dal passato per comprendere meglio le barriere che ancora oggi ostacolano il benessere psicologico ed emotivo dei medici, un problema che si traduce troppo spesso in un danno non solo per il singolo operatore, ma anche per il paziente e per tutto il sistema sanitario.

Autori di questa riflessione sono Agnes Arnold-Forster della London School of Hygiene and Tropical Medicine di Londra, Jacob D. Moses della Johns Hopkins University di Baltimora e Samuel V. Schotland della Yale University di New Haven e della University of Michigan Medical School di Ann Arbor.

Questi esperti identificano tre principali fattori che, pur non sembrando tali a un primo sguardo, rappresentano ostacoli al benessere dei medici: l’eccezionalità della professione, la medicalizzazione del benessere e l’enfasi sulla responsabilità individuale.

Eccezionali o “normali”? Questo è il dilemma

Alzi la mano chi si ricorda il tempo in cui i medici impegnati a combattere la pandemia venivano definiti “eroi”. Sono trascorsi meno di due anni da quell’inizio 2020, eppure oggi i medici sono dovuti scendere – quasi spinti giù – da quei piedistalli sui quali erano stati meritatatmente posti per via del loro impegno.

L’immagine che la comunità ha dei medici in effetti gioca un ruolo di primo piano anche nel determinare l’attenzione al benessere di questa categoria di lavoratori.

Come ricordano gli autori dell’articolo sopra citato, dopo un periodo nel quale i medici venivano visti più che altro come “ciarlatani” o “venditori di pozioni”, a partire dal XIX secolo si assiste a una progressiva professionalizzazione di queste figure e a un conseguente miglioramento della loro reputazione.

La scelta della professione veniva comunemente associata a una sorta di “vocazione” o di “chiamata” e il medico era quindi una persona dedita con abnegazione al proprio lavoro e al bene del prossimo. E a quanto pare questa visione è ancora in auge. In una pagina del sito web dedicata alla scelta della facoltà di medicina gli esperti della American Academy of Family Physicians scrivono infatti che “la medicina non è per tutti…e molti medici pensano che sia una vocazione che richiede servizio, apprendimento continuo e dedizione al lavoro in modo competente e compassionevole”.

Se da un lato questo modo di vedere il medico ha garantito alla categoria una buona reputazione (e a volte un buono stipendio), dall’altro ha generato anche importanti conseguenze negative: in pratica al medico vengono spesso negati anche diritti di base dei lavoratori, basandosi proprio sulla premessa chi sceglie la medicina sceglie di “sacrificarsi”.

Niente malattia, siamo medici!

La salute mentale ed emotiva dei medici ha cominciato ad attrarre attenzione della comunità scientifica nella seconda metà del secolo scorso, quando sono stati pubblicati primi studi e libri sull’argomento. Ancora una volta però, una intenzione positiva – ovvero l’attenzione al benessere mentale ed emotivo dei medici – si è rivelata un’arma a doppio taglio per la categoria. I cosiddetti “impaired physicians”, ovvero quei medici “compromessi” da problemi psicologici, emotivi o da uso di sostanze venivano infatti visti come una minaccia per se stessi, per i pazienti e per l’intera professione. Sono nati così commissioni e comitati volti a valutare questi aspetti della professione, fino ad arrivare a leggi che, negli USA, permettevano di allontanare un medico solo per la diagnosi di un problema mentale. “La medicalizzazione ha legittimato la salute mentale dei medici come problema endemico all’interno di questo gruppo di lavoratori, ma ha anche stigmatizzato i medici come fonte del problema stesso. Ciò ha portato a trascurare problemi strutturali come le ore e le condizioni di lavoro, per concentrarsi solo sulla colpa individuale” scrivono gli esperti sul NEJM.

La responsabilità è solo mia…oppure no?

“Alcuni dei problemi dei medici non sono stati affrontati attraverso la medicalizzazione della salute emotiva, ma attraverso la promozione del benessere” affermano Arnold-Forster, Moses e Schotland citando il medico Halbert Dunn che nel 1959 immaginò “l’elevato benessere” come un traguardo cui aspirare oltre la cura o la prevenzione delle malattie.

Molte strutture hanno messo in campo nel tempo programmi per supportare il benessere dei propri dipendenti, e questo è senza dubbio un aspetto positivo, che spesso però si basa su premesse non del tutto corrette o quanto meno discutibili, in particolare la responsabilità individuale.  

Il benessere in un certo senso è diventato una questione di responsabilità personale, tanto che nel 1977 il medico John Travis scrisse su Wellness Workbook che “il benessere aumenta quanto un individuo si assume più responsabilità per la propria salute, incluso il benessere fisico, mentale ed emotivo”. Diventò quindi importante mettere in campo progetti per far sì che i singoli “imparassero ad assumersi più responsabilità”.

La stessa prevenzione del burnout professionale, termine introdotto negli anni ’70, portò inizialmente a interventi di tipo psicologico basati più sulla cura di sé che su cambiamenti istituzionali.

“Oggi i programmi di cura personale sono una realtà in molti sistemi sanitari. Indipendentemente dalla loro efficacia, la logica sottostante a questi interventi implica che il ‘paziente’ sia responsabile per non essere riuscito a raggiungere l’ideale di benessere” spiegano gli esperti nel loro commento.

Come agire di fronte a questo scenario non propriamente roseo?

“Si potrebbe pensare ai medici come a lavoratori che, così come altri nel sistema sanitario, meritano di avere diritti e condizioni di lavoro adeguate. Gli ostacoli storici hanno permesso all'assistenza sanitaria di sussistere sulla buona volontà dei suoi dipendenti piuttosto che fare i conti con problemi strutturali” scrivono Arnold-Forster e colleghi.

Si tratta in pratica di mettere la salute sul lavoro tra le priorità al pari della sicurezza del paziente e di affrontare le cause sociali sia della malattia del paziente che del burnout del medico.

“Seguendo le lezioni del passato, possiamo immaginare un futuro migliore per i pazienti e i loro medici” concludono.