Ieo, sì a test anticorpi per orientare campagna vaccinale

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Milano, 10 nov. (Adnkronos Salute) - I vaccinati contro Covid-19 sono più protetti rispetto ai guariti. Possono infatti contare su un'immunità più forte e duratura rispetto a quella sviluppata naturalmente da chi contrae il coronavirus pandemico, e la resistenza di questo 'scudo' è legata in generale al livello di anticorpi circolanti anti Sars-CoV-2. Per questo i test sierologici, anche se poco indicativi se eseguiti sul singolo individuo, fatti su gruppi specifici di popolazione possono essere utili a orientare la campagna vaccinale. Sono le conclusioni di una ricerca condotta dall'Istituto europeo di oncologia (Ieo) di Milano, finanziata dalla Fondazione Guido Venosta.

Si tratta del "primo studio di monitoraggio di un campione significativo della popolazione sanitaria attraverso tutto il periodo del Covid-19", spiegano dall'Irccs fondato da Umberto Veronesi. Nell'ambito del progetto, oltre 2mila dipendenti e collaboratori Ieo operativi nei settori sanitario, amministrativo e di ricerca si sono sottoposti fra maggio 2020 e settembre 2021 a test molecolari per l'infezione da Sars-CoV-2 e a test sierologici per misurare la risposta immunitaria contro il virus. Con l'avvio della campagna vaccinale nel gennaio 2021, gli stessi partecipanti all'indagine sono stati vaccinati e monitorati mensilmente dopo l'immunizzazione, sempre fino al settembre scorso. In tutto sono stati effettuati 52.800 tamponi molecolari e 20.200 test sierologici.

"Abbiamo osservato che il livello di anticorpi circolanti anti Sars-CoV2 è un indicatore attendibile del rischio di infezione, dunque i test sierologici potrebbero essere utili nella programmazione delle campagne vaccinali", afferma Pier Giuseppe Pelicci, direttore Ricerca Ieo e coordinatore dello studio. "La correlazione tra bassi livelli di anticorpi e aumentato rischio di infezione è stata ottenuta nell'intera popolazione dei vaccinati e su dati retrospettivi. Non ha quindi ancora un valore predittivo nel singolo individuo - precisa Pelicci - Potrebbe invece essere molto utile se applicata, per esempio, alle popolazioni di individui esposti ad alto rischio di infezioni o più fragili. Abbiamo inoltre dimostrato che il vaccino funziona bene", sottolinea Pelicci: "Il tasso di infezione nella popolazione studiata è passato dal 17,8% prima della vaccinazione all'1,5% dopo il vaccino. Inoltre, i vaccinati che contraggono il virus hanno limitata capacità di contagio perché la carica virale è molto bassa e dura pochi giorni".

Nella fase pre-vaccinazione - dettaglia l'Ieo in una nota - sono state osservate 266 persone con infezioni da Sars-CoV-2, pari al 17,8% delle 1.493 testate in fase pre-vaccinale. Tra i circa 2mila dipendenti e collaboratori che sono stati vaccinati, sono stati invece identificati solo 30 casi di infezione (1,5%), che in tutti i contagiati si è presentata con una sintomatologia minima e capacità di trasmissione molto limitata per carica virale e durata. Il test molecolare è infatti risultato positivo in media per soli 2 giorni, invece dei 16 giorni medi di un'infezione in soggetti non vaccinati.

Le 2mila persone vaccinate hanno sviluppato alti livelli di anticorpi circolanti già a una settimana dalla prima dose di vaccino; solo l'1,9% (39 casi) non ha sviluppato una risposta anticorpale misurabile. L'entità della risposta anticorpale è risultata inferiore negli anziani, con una tendenza generale ad abbassarsi progressivamente nei mesi successivi alla vaccinazione. Ciononostante, a 6-7 mesi dal completamento della vaccinazione il 94% dei testati aveva ancora livelli di anticorpi misurabili nel sangue. Analizzando i 30 casi di infezione post-vaccino, è emersa una correlazione con la mancata o inefficiente risposta anticorpale all'iniezione: 3 casi riguardavano persone che non avevano sviluppato anticorpi da vaccino, mentre il 74% degli altri casi era relativo a vaccinati con livelli di anticorpi più bassi rispetto all'intero gruppo di studio. In altre parole, l'infezione post-vaccino è stata contratta dalle persone con i livelli più bassi di anticorpi.

Nel complesso, la frequenza di infezione nei partecipanti allo studio che hanno sviluppato anticorpi dopo vaccinazione è stata significativamente più bassa (1,5%) rispetto ai vaccinati che non hanno sviluppato anticorpi (5,7%), ma in entrambi i casi inferiore rispetto alle persone non vaccinate che avevano contratto un'infezione naturale (9%). Segno che il vaccino induce un'immunità più forte rispetto all'infezione naturale.

"I nostri dati hanno potenziale rilevanza pratica - rimarca Pelicci - I livelli di anticorpi circolanti possono contribuire a definire le tempistiche delle vaccinazioni successive in selezionate popolazioni. Non c'è dubbio che quanto e quando vaccinare la popolazione italiana sarà deciso dall'andamento globale dell'epidemia. La disponibilità però di un test che informa sulla presenza di un alto rischio di infezione potrà essere utile per difendere le popolazioni più esposte o più fragili. Inoltre, oltre al suo impatto immediato sulla funzionalità dello Ieo e all'acquisizione di conoscenze su malattia e vaccinazione, questo studio ha dimostrato che è possibile creare un flusso rapido di informazioni, competenze e tecnologie tra la ricerca e la clinica, con immediato beneficio per i pazienti e per la società. Non solo: è stato anche la prova di quanto grande possa essere l'impatto sulla società delle donazioni liberali alla ricerca e allo sviluppo tecnologico".

"Mi auguro che i risultati di questo studio possano fugare i dubbi di chi ancora non crede nel buon funzionamento dei vaccini e che i test sierologici vengano usati nell'ambito di campagne vaccinali mirate - commenta Giuseppe Caprotti, presidente della Fondazione Guido Venosta - Lo spirito che ha animato il programma si basa sull'importanza della ricerca scientifica il cui scopo è migliorare le condizioni di vita dell'uomo. La ricerca ha sempre fatto parte del Dna della mia famiglia. Mio nonno, Guido Venosta, è stato infatti uno degli artefici dell'Airc (Associazione italiana per la ricerca sul cancro), che ha gestito dal 1966 al 1996. La Fondazione continua in tale direzione, contribuendo ad elevare l'educazione del pubblico verso i più alti ideali culturali, scientifici e di solidarietà".

Il progetto - evidenziano dall'Irccs di via Ripamonti - è stata la risposta concreta all'appello lanciato all'indomani dello scoppio della pandemia dall'Imperial College di Londra, dalla rete degli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico, compreso l'Ieo, e dai principali Istituti di ricerca biomedica del Paese.

Partito il 12 maggio 2020 sulla popolazione dei dipendenti Ieo e inizialmente anche su oltre 2.800 pazienti, lo studio ha dimostrato nella prima fase che la frequenza di positività al tampone dei dipendenti dell'Irccs era confrontabile con quella della popolazione lombarda nello stesso periodo, dimostrando con ciò che Ieo era riuscito a mantenere un ambiente sicuro per i propri pazienti. In altre parole, a essere una struttura 'Covid-free'.

A detta dei ricercatori, "il programma ha soprattutto messo in luce quanto sia minore la probabilità di reinfettarsi dopo il vaccino e quanto, in caso di reinfezione, questa abbia una durata più breve". Per giungere a queste conclusioni è stata effettuata una sorveglianza sanitaria verticale solo su dipendenti e collaboratori dell'Istituto. Dall'alleanza tra Ieo e Fondazione Guido Venosta è nato dunque questo "studio approfondito e ricco sulla diffusione dei contagi, l'immunità e l'indiscussa efficacia dei vaccini - conclude la nota - verificata su inconfutabile base scientifica".