I medici che non parlano di sesso anale mettono a rischio le loro pazienti

  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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La riluttanza dei medici a discutere i possibili danni del sesso anale potrebbe deludere una generazione di giovani donne ignare dei rischi, scrivono due ricercatori britannici in un articolo pubblicato sul BMJ.

La mancanza di discussione sull'argomento "espone le donne a diagnosi mancate, trattamenti inutili e ulteriori danni derivanti dalla mancanza di consulenza medica", scrivono Tabitha Gana, e Lesley Huntdello Sheffield Teaching Hospitals NHS Foundation Trust e del Northern General Hospital di Sheffield, nel Regno Unito.

Secondo loro, gli operatori sanitari, in particolare i medici di medicina generale, i gastroenterologi e i chirurghi addominali, "hanno il dovere di riconoscere i cambiamenti avvenuti nella società riguardo al sesso anale nelle giovani donne e di rispondere a questi cambiamenti con conversazioni aperte, neutrali e non giudicanti, per garantire che tutte le donne abbiano le informazioni di cui hanno bisogno per fare scelte informate sul sesso".

Chiedere informazioni sul sesso anale è una pratica standard negli ambulatori di medicina genitourinaria, ma è meno comune negli ambulatori di medicina generale e di gastroenterologia, sottolineano.

 

Non più un tabù

I rapporti anali stanno diventando sempre più comuni tra le giovani coppie eterosessuali. Nel Regno Unito, la partecipazione a rapporti anali eterosessuali tra le persone di età compresa tra i 16 e i 24 anni è aumentata da circa il 13% al 29% negli ultimi decenni, secondo i dati delle indagini nazionali.

Lo stesso accade negli Stati Uniti, dove le ricerche indicano che il 30%-44% degli uomini e delle donne riferisce di avere rapporti anali.

In Italia, un’indagine Censis-Bayer del 2019 rileva che il 33,1% degli intervistati tra i 18 e i 40 anni pratica il sesso anale, con le percentuali più elevate nella fascia più giovane. Secondo gli autori del rapporto, la diffusione di pratiche sessuale considerate fino a pochi anni fa relativamente eccezionali si deve alla grande diffusione del porno, disponibile gratuitamente e faciolmente accessibile: uno strumento che ha influito anche sull’immaginario sessuale delle giovani generazioni.

Le motivazioni individuali per il sesso anale variano. Le giovani donne citano come fattori il piacere, la curiosità, il piacere del partner maschile ma anche la la coercizione. Secondo Gana e Hunt, fino al 25% delle donne con esperienza di sesso anale riferisce di essere stata costretta almeno una volta a praticarlo.

 

I possibili danni

Tuttavia, a causa della sua associazione con l'alcol, l'uso di droghe e i partner sessuali multipli, il rapporto anale è considerato un comportamento sessuale a rischio.

Gana e Hunt sottolineano che è anche associato a specifici problemi di salute. Tra questi, l'incontinenza fecale e le lesioni dello sfintere anale, che sono state segnalate nelle donne che praticano rapporti anali. Per quanto riguarda l'incontinenza, le donne sono più a rischio degli uomini a causa della loro diversa anatomia e degli effetti degli ormoni, della gravidanza e del parto sul pavimento pelvico.

"Le donne hanno sfinteri anali meno robusti e pressioni del canale anale più basse rispetto agli uomini, e i danni causati dalla penetrazione anale sono quindi più gravi" sottolineano Gana e Hunt.

"Il dolore e il sanguinamento che le donne riferiscono dopo il sesso anale è indicativo di un trauma, e i rischi possono aumentare se il sesso anale è forzato" aggiungono.

La conoscenza dei fattori di rischio sottostanti e una buona anamnesi sono fondamentali per una gestione efficace dei disturbi ano-rettali. 

Gana e Hunt temono che i medici possano evitare di parlare di sesso anale, influenzati dai tabù della società.

Attualmente, le informazioni del Servizio Sanitario Nazionale britannico (ma anche di quello italiano) sul sesso anale prendono in considerazione solo le infezioni sessualmente trasmissibili, senza menzionare i traumi anali, l'incontinenza o le conseguenze psicologiche di una costrizione al sesso anale. 

"Forse non sono solo l’imbarazzo o lo stigma a impedire agli operatori sanitari di parlare alle giovani donne dei rischi del sesso anale. C'è una reale preoccupazione che il messaggio possa essere visto come giudicante o addirittura frainteso come omofobico" scrivono Gana e Hunt. "Tuttavia, evitando queste discussioni, potremmo deludere una generazione di giovani donne, che non sono consapevoli dei rischi" aggiungono. "Con una migliore informazione, le donne che desiderano fare sesso anale sarebbero in grado di proteggersi più efficacemente da possibili danni e quelle che accettano il sesso anale con riluttanza, per soddisfare le aspettative della società o per compiacere il partner, potrebbero sentirsi più legittimate a dire di no" affermano le autrici.

 

Questo articolo è stato tradotto e adattato da Medscape.com, dove è uscito a firma di Megan Brooks.