I dettagli del Decreto ministeriale sulla nuova medicina del territorio

  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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di Fabio Turone (Agenzia Zoe)

Pur senza l'agognato accordo tra Stato e Regioni, la riforma dell’assetto dell’assistenza territoriale è stata sbloccata dal Governo, che ha autorizzato il Ministero della Salute a seguire la strada del decreto ministeriale (di concerto col Ministero dell’Economia e delle Finanze) che recepisce il cosiddetto “DM 71” che definisce gli standard di riferimento. La riforma rientra negli obiettivi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), che prevede reti di prossimità, strutture intermedie e telemedicina per l’assistenza sanitaria territoriale e si prefigge l'obiettivo di rendere la casa “primo luogo di cura e telemedicina”.

Il rafforzamento dei servizi territoriali, con il potenziamento delle cure domiciliari, passa dalla creazione di una rete capillare di strutture di prossimità (Case della Comunità) con piena integrazione tra assistenza sanitaria e sociale, con logiche sistematiche di medicina di iniziativa e di presa in carico, con modelli di servizi digitalizzati anche per l’assistenza a domicilio. Un punto qualificante è anche la valorizzazione della co-progettazione con gli utenti.

Il calendario di attuazione del PNRR prevede diverse tappe, che seguiranno l'approvazione delle linee guida sul modello digitale dell’assistenza domiciliare previsto entro giugno: entro il 2023 ogni regione (o consorzio tra regioni) dovrà aver attuato almeno un progetto di sviluppo dell’assistenza domiciliare; nei sei mesi successivi dovranno essere funzionanti le Centrali Operative e entro la fine del 2025 l'assistenza a domicilio dovrà raggiungere almeno 800.000 persone (10% degli assistiti ultrasessantacinquenni), e altre 200.000 persone dovranno essere assistite con la telemedicina.

Il raggiungimento di questi obiettivi passa attraverso una nuova organizzazione e la definizione di standard minimi, che prevedono almeno una casa della comunità (hub) ogni 40.000-50.000 abitanti, che operano di concerto con unità distribuite sul territorio (spoke): ambulatori di medici di medicina generale e pediatri di libera scelta. Nella Casa della comunità lavorano équipe multiprofessionali territoriali che progettano ed erogano tutti gli interventi sanitari e di integrazione sociale. Tutte le aggregazioni di medici di medicina generale e pediatri di libera scelta, e gli specialisti ambulatoriali, avranno sede fisica nella casa della comunità o saranno collegati funzionalmente.

Lo standard di personale per la Casa di Comunità hub prevede tra 7 e 11 infermieri e 5-8 unità di personale di supporto (sanitario, amministrativo e tecnico)

L’infermiere di famiglia e comunità (IFeC) è la figura professionale di riferimento che assicura l’assistenza infermieristica ai diversi livelli di complessità in collaborazione con tutti i professionisti: non si occupa solo di fornire cura e assistenza, ma ha il compito di garantire un'adeguata riposta all’insorgenza di nuovi bisogni sanitari e sociosanitari. Lo standard prevede almeno un infermiere di famiglia/comunità ogni 3.000 abitanti.

La riforma prevede anche nuove Unità di continuità assistenziale: équipe mobili che intervengono in situazioni e condizioni clinico-assistenziali di particolare complessità. In questa funzione sono previsti almeno un medico e un infermiere ogni 100.000 abitanti.

Il coordinamento della presa in carico della persona e il raccordo tra servizi e professionisti coinvolti nei diversi setting assistenziali (attività territoriali, sanitarie e sociosanitarie, ospedaliere e la rete dell’emergenza-urgenza) è affidato alla Centrale operativa territoriale. A regime ce ne dovrà essere una ogni 100.000 abitanti, con un coordinatore infermieristico, 3-5 Infermieri e una o due persone di supporto.

Per tutte le prestazioni sanitarie e sociosanitarie non urgenti a bassa intensità assistenziale, ogni regione avrà una o più Centrali operative che risponderanno al numero 116117 (sede del Numero Europeo Armonizzato, NEA) attivo 24 ore su 24 e 7 giorni su 7

A cavallo tra ospedale e territorio, gli ospedali di comunità (uno ogni 100.000 abitanti, con 20 posti letto) avranno il compito di evitare ricoveri ospedalieri impropri o di favorire dimissioni protette per la stabilizzazione clinica e il recupero funzionale e dell’autonomia nelle vicinanze del domicilio. Lo staff dovrà prevedere 7-9 infermieri (di cui un coordinatore infermieristico), tra 4 e 6 operatori sociosanitari, una o due professionisti sanitari con funzioni riabilitative e un medico per 4,5 ore al giorno 6 giorni su 7.

La rete della cure palliative dovrà avere una Unità di Cure Palliative Domiciliari e un Hospice con almeno 10 posti letto ogni 100.000 abitanti. Dovrà garantire la presa in carico del malato cronico, evolutivo e a prognosi infausta e del suo nucleo familiare, in ambito ospedaliero, domiciliare e in hospice.

Lo scenario sarà infine completato dai Consultori familiari, deputati alla protezione, prevenzione, promozione della salute, consulenza e cura rivolte alla donna in tutto il suo ciclo di vita (comprese quelle in gravidanza), minori, famiglie all’interno del contesto comunitario di riferimento. Dovrà essercene uno ogni 20.000 abitanti nelle aree densamente popolate, e uno ogni 10.000 nelle aree interne e rurali (eventualmente all’interno della Casa della comunità).

Ovviamente l'introduzione di queste novità sarà più o meno semplice secondo lo stato di salute della medicina del territorio nelle diverse parti d'Italia, e la FIMMG Puglia ha espresso preoccupazione, e chiesto l’attivazione di un tavolo tecnico permanente per il rilancio della sanità territoriale pugliese. “Il notevole carico di lavoro non solo clinico ma anche burocratico a cui i medici sono chiamati in un contesto di ricambio generazionale e carenza di personale pone a rischio proprio quei principi di accessibilità, omogeneità, capillarità e prossimità necessari a riformare la sanità territoriale" ha dichiarato Donato Monopoli, segretario regionale Fimmg, in occasione di un incontro con l'associazione dei Comuni. "Per sostenere il carico burocratico attuale servono urgentemente maggiori investimenti sul personale di supporto ai medici di medicina generale. Il confronto deve vertere sul modello organizzativo delle case della comunità, tutelando la capillarità e servizi essenziali come il 118 attualmente in sofferenza a causa delle carenze di personale. Il modello delle aggregazioni funzionali territoriali (AFT) del nuovo accordo collettivo nazionale, da adattare al modello pugliese della medicina generale, è propedeutico all’applicazione del DM 71 di riordino dell’assistenza territoriale” ha concluso.