I comportamenti inappropriati dei medici: l’indagine di Univadis Medscape

  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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di Fabio Turone (Agenzia Zoe)

La comunità dei medici italiani di Univadis Medscape Italia ha accolto con molto interesse l'invito a rispondere a un questionario online sul tema dei comportamenti inappropriati da parte dei colleghi. Ben 1.885 medici operanti in Italia, in maggioranza in ambito ospedaliero, hanno risposto, tra il 9 novembre e il 17 dicembre del 2021.

In dettaglio, hanno partecipato all'indagine 1116 uomini e 764 donne. I dipendenti sono 1099 (e 925 lavorano in ospedale), contro i 726 in libera professione. La versione grafica dei risultati dell'indagine è visibile sul sito Medscape.com.

L'età media è abbastanza elevata, con solo 375 "Millennials" (nati dopo il 1980, e quindi di età inferiore ai 42 anni), 505 appartenenti alla cosiddetta "Generazione X" (nati tra il 1965 e il 1980), e ben 987 "Boomers", nati sino al 1964.

Secondo la percezione della maggioranza del campione interpellato, negli ultimi cinque anni la frequenza di comportamenti inappropriati da parte dei medici è rimasta invariata sia sul luogo di lavoro sia al di fuori dall'ambito professionale (rispettivamente 57% e 60%), mentre 21 su cento hanno la percezione di un aumento, e quasi altrettanti (23%) di una diminuzione, almeno per quanto riguarda il contesto lavorativo. Nelle relazioni extraprofessionali, la percentuale che segnala un aumento sale al 28%. Questi dati appaiono omogenei per genere ed età.

L'analisi per sottogruppi segnala una notevolissima sintonia tra i generi e tra tutte le fasce d'età, nonostante una differenza notevole nell'uso dei social media, che sembrano avere un ruolo non marginale nell'incremento dei comportamenti inadeguati.

L'uso dei social media segue, comprensibilmente, un gradiente che decresce col crescere dell'età: alla media generale del 63% corrisponde un dato del 54% per i Boomer (che hanno quasi raggiunto o già superato la soglia dei 60 anni), del 69% per la Generazione X e dell'82% per i Millennial.

Tra i medici presenti sui social, ben 70 su cento li usano unicamente per motivi personali, mentre appena il 7 li usano solo per motivi di lavoro, e i restanti 23 ne fanno un uso promiscuo, a 360 gradi.

Chi si tiene alla larga da Whatsapp o Telegram (i più seguiti, al 78%), Facebook (72%), Instagram (39%), Twitter (15%) e dagli altri luoghi virtuali di socializzazione e scambio lo fa soprattutto per mancanza di interesse (75%), per mancanza di tempo (20%) o per preoccupazioni riguardo alla confidenzialità delle informazioni condivise (11%) o al rischio di subire molestie (5%).

L'unica differenza significativa che emerge nella stratificazione per età e genere riguarda i timori per la confidenzialità, che crescono con il diminuire dell'età: sono indicati tra i motivi della rinuncia ai social dal 10% dei medici ultraquarantacinquenni e dal 20% dei medici sotto i 45, con un picco del 25% nel sottogruppo dei millennials (nati dopo il 1980).

La maggioranza del campione (57%) pensa che i medici non siano pienamente consapevoli delle leggi sulla privacy che riguardano i pazienti, le procedure e la confidenzialità, e che non le prendano sufficientemente sul serio (50%).

Le relazioni di amicizia virtuale con i propri pazienti sono escluse a priori da 7 medici su 10, che non considerano nemmeno l'ipotesi di seguirli sui social media, mentre circa 2 su dieci (19%) già lo fanno abitualmente e uno su dieci (11%) non avrebbe problemi a farlo.

La maggioranza dei medici interpellati (72%) è stato personalmente coinvolto almeno una volta, negli ultimi cinque anni, nel comportamento inappropriato di un collega. Il contesto più frequente è quello lavorativo (30%), seguito da vicino dai social media (23%), e da contesti extraprofessionali (19%). Per converso, il 49% degli interpellati non segnala nemmeno una circostanza in cui abbia avuto motivo di sentirsi a disagio per via del comportamento di un collega.

Facebook appare in cima alla classifica negativa dei social più nefasti con il 35% dei casi di comportamenti inappropriati segnalati, seguito a grande distanza da Whatsapp/Telegram e da Twitter con l'8% ciascuno. In queste valutazioni pesa anche l'età del campione, che fa di Facebook il social media più utilizzato.

Nell’81% dei casi, a comportarsi male sono gli uomini, e nel 14% le donne (con un 4% di “altro”). Più frequentemente il collega criticabile aveva tra i 50 e i 60 anni (se ne lamenta il 53% del campione), o tra i 40 e i 50 (46%), mentre il dato è più basso agli estremi della curva, con gli ultrasessantenni segnalati dal 24% degli intervistati (dato vicino al 25% dei trenta-quarantenni) e l’8% appena dei giovanissimi under 30.

Quando si passa all'esperienza di comportamenti inappropriati vissuti sulla propria pelle, le cifre complessive cambiano, ma non di molto: a 30 professionisti su 100 è capitata almeno una situazione sgradevole sul lavoro per colpa di un collega (per esempio per una foto o un selfie durante una visita, in sala operatoria o all’obitorio), cui se ne aggiungono 23 che l'hanno vissuta in un ambiente virtuale e 19 per i quali il teatro è stata una situazione extralavorativa.

L'inappropriatezza online si manifesta in commenti sconvenienti su se stessi, sui propri amici, la politica (per il 64% dei medici); nel postare fotografie inappropriate di se stessi e senza relazione con i pazienti (30%) o commenti inappropriati sui pazienti (19%) o addirittura foto che li ritraggono (10%), scattate per esempio in sala operatoria. Un partecipante su 20 lamenta anche di aver assistito alla pubblicazione di materiale sessualmente esplicito.

Il 42% degli interpellati ritiene inaccettabile per un medico postare online proprie foto in costume da bagno, e una percentuale anche maggiore (60%) non vorrebbe vedere colleghi ritratti al tavolo di un fast food, mentre bevono alcol o mentre fumano.

Nel complesso, comunque, il rischio di imbattersi in situazioni spiacevoli a causa di colleghi è equamente diviso tra luogo di lavoro e social media (40%), ed è comunque significativo in situazioni pubbliche in ambito non medico.

Interessante il giudizio dato al proprio comportamento, con il 10% che riconosce di aver sbagliato nel corso dell’anno precedente. D’altra parte, oltre i tre quarti degli intervistati (77%) ritiene che i medici debbano avere standard di comportamento più elevati della popolazione generale, anche se paradossalmente alla specifica domanda il 55% di loro risponde che la società ha aspettative generali troppo elevate sul comportamento dei medici, e solo il 36% che le abbia adeguate (e c’è anche un 9% che crede siano troppo basse).

Quando poi non sono al lavoro, oltre i due terzi dei medici (68%) dichiara che i medici dovrebbero avere la possibilità di comportarsi come meglio credono nella propria vita personale.

La reazione più comune da parte di chi ha assistito o subito un comportamento inappropriato è quella di parlarne con l’autore (59%), mentre solo il 24% lo riferisce alle gerarchie del luogo di lavoro, o alle risorse umane. Sono molto rare le segnalazioni anonime alle risorse umane (appena il 4%) e ancora meno (3%) quelle all’Ordine dei medici. Ben 18 medici su 100 dichiarano di non fare nulla.

La percentuale di coloro che intervengono di persona sembra contraddire le risposte alla domanda sulle eventuali sanzioni per chi si macchia di questi atteggiamenti: secondo il 44% dei medici, questi colleghi reprobi dovrebbero ricevere un richiamo disciplinare, un richiamo verbale (29%), una sanzione (22%) o un deferimento al responsabile del loro luogo di lavoro, del dipartimento o delle risorse umane (18%). Il deferimento all'Ordine dei medici e una sospensione dal lavoro sono considerati necessari dal 14% e dal 13% rispettivamente). A molti è in effetti capitato di essere testimone o vittima di medici che hanno tenuto un comportamento inappropriato in pubblico e non sono stati sanzionati, da istituzioni deputate a vigilare e sanzionare che evidentemente non ispirano fiducia.

Arroganza personale e background culturale sono in cima (con il 55%) all’elenco dei fattori che contribuiscono ai comportamenti inappropriati, seguiti da evoluzione dei costumi, comportamenti generali più permissivi (37%), stress da lavoro (35%), problemi personali non legati al lavoro (34%) e mancanza di formazione sulle competenze sociali durante gli studi di medicina (31%). Contribuisce anche il fatto di avere a che fare con pazienti sempre più esigenti (23%), questioni legate alla salute mentale (18%) e alle pressioni dovute alla pandemia (15%).

La versione illustrata dell'indagine è visibile su Medscape.com

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