Gli urologi hanno risposto alla COVID-19, ma si trovano in difficoltà a causa delle conseguenze

  • Pak JS & al.
  • Urology
  • 30/06/2020

  • Univadis Clinical Summaries
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Il 25 marzo i dirigenti ospedalieri dell’Irving Medical Center della Columbia University, a New York, hanno lanciato un appello per trovare volontari che aiutassero a gestire la moltitudine di pazienti con COVID-19 nel Pronto Soccorso (PS); poco più di una settimana dopo, venivano create UTI improvvisate nelle sale operatorie.

Il Dipartimento di Urologia si è trovato coinvolto direttamente; in definitiva 16 specializzandi, 14 strutturati, 2 infermieri professionisti e 3 assistenti sanitari si sono offerti come volontari per aiutare a contrastare l’emergenza, ben oltre la metà del dipartimento.

Riferiscono la propria esperienza in un articolo pubblicato il 12 luglio su Urology come pre-proof della rivista. Ci auguriamo che la loro storia possa essere utile ad altri professionisti sanitari “nella risposta a questa e future pandemie”.

La situazione si è calmata rispetto ad aprile e i servizi di urologia stanno lentamente riprendendo, ma c’è “incertezza su quando, se mai, torneremo alla ‘normalità’”. Per i pazienti oncologici, in particolare, “le ripercussioni del ritardo nelle cure chirurgiche saranno molto più difficili da migliorare”, sostengono gli autori, guidati da uno specializzando in urologia al quinto anno, il Dott. Jamie Pak , uno dei volontari.

Gli urologi della Columbia sono attualmente in servizio 6 giorni alla settimana, compresa la domenica, per rimettere al passo i casi chirurgici arretrati.

Attraverso lo specchio

A metà marzo è diventato palese che ci sarebbero stati problemi. Il PS era invaso; molti operatori sanitari in prima linea erano in quarantena e tutti gli interventi chirurgici elettivi erano stati annullati. I medici hanno intuito che era imminente una riassegnazione del personale.

Il Dipartimento di Urologia è stato uno dei primi servizi a offrirsi volontariamente. “C’era decisamente ansia in merito all’offrirsi come volontari”, comprese preoccupazioni sulla sicurezza personale. “Non c’era modo di prevedere ciò che avremmo dovuto affrontare. Faceva un po’ paura”, ha ammesso Pak in un’intervista.

Pak e colleghi hanno trovato un numero enorme di pazienti nel PS, molti attaccati a un ventilatore e alcuni in letti nei corridoi. Praticamente ogni paziente aveva COVID-19 sospetta o confermata.

Pak e colleghi hanno aiutato in qualsiasi modo fosse necessario, compresi la sostituzione delle bombole di ossigeno, l’inserimento di linee e cateteri di Foley, l’esecuzione di compressioni toraciche e il controllo dei parametri vitali, sempre sotto la supervisione di medici dell’UTI specializzati.

“Era bizzarro. In urologia talvolta abbiamo a che fare con pazienti in condizioni molto gravi, ma non è assolutamente la norma”, ha detto Pak. Ha sottolineato come per uno specializzando in urologia la formazione in UTI duri solo 1 mese.

È diventato immediatamente evidente che la capacità dell’UTI non era sufficiente, pertanto a inizio aprile i volontari di urologia hanno predisposto un’UTI con 16 posti letto nel PS. “Coppie di strutturati/specializzandi erano responsabili dell’effettuazione di ordini, della valutazione degli esami di laboratorio e di diagnostica per immagini, della regolazione delle impostazioni dei ventilatori, di contattare i primari” e di tenere aggiornati i volontari provenienti da altri servizi, scrive il team.

Ben presto i 16 posti letto sono anch’essi diventati insufficienti, quindi diverse sale operatorie del Milstein Hospital dell’università sono state convertite in UTI temporanee con quattro posti letto, mentre un’UTI improvvisata con sei posti letto è stata allestita nell’area di attesa preoperatoria dell’Allen Hospital, la sede satellite di Columbia nella parte Nord di Manhattan.

Mantenimento dei contatti con le famiglie

Dato che gli strutturati delle terapie intensive e gli altri strutturati erano soverchiati, a volte è toccato a Pak e ad altri specializzandi mantenere aggiornate le famiglie. “Le famiglie hanno sofferto molto stress e ansia, perché non potevano assistere di persona a cosa stava succedendo”, ha detto.

“Era difficile trasmettere la gravità della situazione e chiedere il consenso per sospendere il trattamento di un familiare con cui era impossibile parlare e che non potevano vedere o toccare. Queste conversazioni sono state davvero difficili”, ha commentato Pak.

“La mia nonna materna era in una casa di cura ed è morta a causa della COVID-19; non ho potuto partecipare al funerale. Capisco queste famiglie”, ha aggiunto.

Tutto ciò, il team scrive, “ci ha fatto sperimentare in prima persona la realtà spiacevole delle patologie critiche e dei decessi a causa della COVID-19 nei nostri pazienti, colleghi, familiari e amici. Emozioni come senso di colpa, impotenza e dolore hanno accompagnato la nostra ansia.” Gli esperti di salute mentale della Columbia hanno organizzato sessioni di gruppo virtuali come aiuto.

Un servizio diverso
 
L’ondata ha iniziato a diminuire a metà aprile e all’inizio di maggio la situazione è tornata sufficientemente sotto controllo da consentire a Urologia di non essere più necessaria nelle UTI improvvisate. Una settimana dopo, sono state smantellate.

Da allora, il Dipartimento di Urologia della Columbia ha affrontato un nuovo compito: ripristinare il servizio.

I consulti urologici presso l’ospedale principale sono scesi da circa 15 al giorno a talvolta nessuno durante la crisi e si limitavano principalmente a inserimenti di cateteri di Foley nei pazienti critici e nei casi di ematuria macroscopica, spesso correlati all’anticoagulazione per la COVID-19. Il volume chirurgico settimanale è sceso da circa 40 casi endourologici e 20 casi a cielo aperto/laparoscopici/robotici prima della pandemia a solo, o nemmeno, una manciata.

I pazienti ambulatoriali sono passati a televisite telefoniche o video e i problemi urologici emergenti sono stati visitati nella clinica ambulatoriale per ridurre al minimo il contatto con il PS. Per continuare la formazione degli specializzandi, il dipartimento ha lanciato lezioni virtuali giornaliere mediante Zoom. C’è stata competizione tra gli specializzandi per vedere chi otteneva il punteggio più alto sul simulatore delle competenze da Vinci.

I ritardi chirurgici si sono rivelati “particolarmente preoccupanti per i pazienti con tumori ad alto rischio che possono progredire e che effettivamente progrediscono in poche settimane, come il tumore vescicale di alto grado e le grandi masse renali”, ha detto Pak.

I pazienti con le necessità più urgenti hanno la precedenza in questo periodo nel quale il team urologico cerca di rimettersi al passo con i casi chirurgici. Pak ha stimato che il volume chirurgico è tornato a circa il 75% del livello pre-COVID-19.

Tuttavia, i pazienti esitano a recarsi al centro medico, quindi le visite in clinica e le operazioni sono prenotate per date successive o presso l’ospedale satellite. Le precauzioni obbligatorie includono controlli dei sintomi e della temperatura sia per i medici che per i pazienti.

Le televisite rappresentano ora almeno il 40% del volume di pazienti ambulatoriali di Urologia, una tendenza che “prevediamo continuerà... anche quando la pandemia si ridimensionerà,” dicono Pak e colleghi.

L’articolo è apparso originariamente su Medscape.com.