Giorno della Memoria: gli anatomopatologi emarginati dalle leggi razziali

  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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di Fabio Turone

Il numero di gennaio 2022 della rivista Pathologica dell'associazione italiana di anatomia patologica e citologia diagnostica ha dedicato un lungo articolo alla storia di alcuni tra gli esponenti di spicco della disciplina dell'inizio del secolo scorso, che alla promulgazione delle leggi razziali del 1938 furono, in modi diversi, discriminati in quanto ebrei.

Dal resoconto scritto da Carlo Patriarca, del Dipartimento di anatomia patologica dell'Ospedale Sant’Anna di Como, con i colleghi Giorgio Sirugo e Mattia Barbareschi, traspare lo stupore dei numerosi reduci della prima Guerra Mondiale, tra cui alcuni degli anatomopatologi più noti e rispettati di quegli anni: il veneziano Giuseppe Jona, il triestino Salomone Enrico Franco, il torinese Pio Foà, senatore del Regno d'Italia e padre dell'altro anatomopatologo Carlo Foà che, insieme al chirurgo Mario Donati, aveva firmato il manifesto degli intellettuali fascisti promosso nel 1925 da Giovanni Gentile e che si era convertito al cattolicesimo nel tentativo di sfuggire all'epurazione. L'elenco dei nomi continua: Ettore Ravenna, Elio Levi, Alberto Ascoli, Raffaele Lattes, o ancora Giuseppe Levi, anatomista ed embriologo, che fu arrestato nel 1934 e per la cui liberazione si diede da fare anche il premio Nobel per la medicina spagnolo Santiago Ramón y Cajal. Ne traspare un ritratto della disciplina dove la presenza ebraica è consistente e importante sul piano scientifico, ben al di là di quanto ci si potrebbe attendere dalla demografia (il censimento del 1938 conta 47.000 ebrei in tutta la penisola).

"Dopo la pubblicazione del manifesto sulla razza del 14 luglio 1938, e soprattutto dopo l'annuncio delle misure legislative contro gli ebrei in settembre (con decreti controfirmati dal re d'Italia e approvati dal Parlamento) le condizioni di vita e di lavoro di molti medici ebrei cambiarono per sempre" spiega Patriarca, che nell'articolo offre una interessante ricostruzione dei destini di numerosi di loro. Tra gli altri Salomone Enrico Franco, che dopo aver insegnato a Cagliari e Roma si era trasferito in Portogallo, divenendo direttore dell'Anatomia Parologica di Lisbona, salvo tornare in patria allo scoppio della Prima Guerra mondiale per indossare la divisa da ufficiale.

Con le leggi razziali del 1938, con i giornali pieni di commenti come "la medicina italiana può fare a meno di questo innesto dannoso", e con gli ordini dei medici che cancellavano i medici ebrei, Franco scriveva così in una lettera: "Io, che nelle Università italiane, ero Professore di una disciplina pura, l’Anatomia patologica, guadagnavo soltanto il modesto stipendio: sicché, non avendo alcun bene di fortuna, presto ci verremo a trovare in misere condizioni [...] Farsi una vita nuova in un paese nuovo, all’età di 57 anni, non è facile, né agevole, né sorridente: ma la necessità è legge suprema e non discutibile. Affronterò ogni sacrificio e ogni dura fatica coll’indispensabile coraggio". Emigrò in quello che solo molti anni dopo sarebbe diventato lo Stato di Israele (dove morì nel 1950), divenendo direttore dell'Istituto di anatomia patologica alla Jewish University, pur conservando un forte legame con l'Italia.

Destino più tragico fu invece quello del suo mentore Giuseppe Jona, che dopo aver lavorato per quarant'anni all'ospedale cittadino di Venezia decise di togliersi la vita dopo aver distrutto gli elenchi dei membri della comunità ebraica, di cui era presidente, perché non potessero essergli estorti sotto tortura e non finissero nelle mani della Gestapo.

"Quando il fascismo ha preso la strada del razzismo antisemita, anche l'anatomia patologica italiana ha pagato un prezzo pesante in termini di carriere perse e vite spezzate" dice Patriarca. "Abbiamo descritto pochi casi esemplari dell'espulsione degli ebrei dalla società a cui appartenevano. Questi medici vedevano se stessi come essenzialmente italiani ma nel giro di pochi anni sono diventati un 'innesto dannoso' che andava eradicato. Quelli che sono riusciti a scampare al genocidio si sono stabiliti in società più libere di quella italiana che si erano lasciati alle spalle".