'Fuga' specializzandi, 60% chirurghi vuole lavorare all'estero


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Roma, 8 ott. (AdnKronos Salute) - Il 60% dei medici iscritti alla Scuola di Specializzazione in Chirurgia dell’Università di Tor Vergata a Roma ha come prospettiva futura quella di trovare un posto di lavoro all’estero, il 30% dice che molto dipenderà dall’offerta economica e dalle prospettive di carriera che arriveranno alla fine del percorso specialistico mentre solo il 10% si dice sicuro di rimanere in Italia. E' il sorprendente risultato del questionario sottoposto in forma anonima da Giuseppe Petrella, direttore della Scuola e vice presidente della Società italiana di chirurgia (Sic), ai futuri chirurghi che frequentano la specializzazione dell’ateneo romano per l’anno 2018-2019. Il dato è emerso durante il 121° Congresso nazionale della Sic che ha radunato a Bologna migliaia di chirurghi provenienti da tutta Italia.

A domanda specifica 'Facendo una fotografia dell’attuale contesto lavorativo, specializzandosi oggi, sceglierebbe di lavorare in Italia o all’estero?', gli specializzandi hanno risposto a larghissima maggioranza che opteranno per una soluzione lontano dall’Italia mentre una piccola parte sembra aver già deciso di giocarsi le proprie carte nel nostro Paese. Nel questionario si chiedeva anche se le implicazioni medico-legali creassero condizionamenti e se il corrispettivo economico della borsa per la specializzazione sia da ritenersi consono.

Nel primo caso la risposta è stata positiva e contemporaneamente preoccupante, con l’80% degli specializzandi che si sono detti preoccupati per il numero crescente dei contenziosi e delle ripercussioni sul contesto lavorativo, mentre per quanto riguarda la seconda domanda i giovani chirurghi hanno ammesso per la quasi totalità di non essere soddisfatti del trattamento economico.

Gli specializzandi ritengono poi l’eccessiva burocrazia il maggior ostacolo da superare durante la vita quotidiana in corsia, seguita dalla mancanza di medesime possibilità cliniche. "Per formare gli specializzandi lo Stato italiano spende di media 300mila euro ciascuno - spiega il presidente della Sic, Paolo De Paolis - i nostri giovani hanno grandi capacità e una preparazione qualificata di altissimo livello. In questo Paese però non li mettiamo nelle condizioni di poter esprimere il proprio talento. E’ un paradosso che deve essere risolto velocemente con un’azione politica decisa e chiara".

Per Petrella "il questionario, che non ha ovviamente un fine statistico, è stato fatto per misurare la pressione dei nostri specializzandi e il dato che emerge da queste semplici domande è allarmante. I valori sono completamente sbilanciati. Se pensiamo che da qui al 2025 nel nostro Paese mancheranno 1300 chirurghi è chiaro che bisogna intervenire con rapidità e con soluzioni omogenee, occorre un piano 'su misura' per dare risposte ai giovani professionisti e suturare questa emorragia".

De Paolis, insieme ai presidenti del congresso Elio Jovine e Francesco Minni, hanno deciso di dedicare alle nuove generazioni di chirurghi un evento specifico durante il percorso congressuale. Una sessione gestita dai giovani per i giovani sulle possibilità di imporsi agli occhi della comunità scientifica internazionale con un approfondimento sul medical writing e le modalità di pubblicazione sulle riviste di settore.