Focus sulla cardiotossicità della terapia adiuvante con trastuzumab


  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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La cardiotossicità associata a trastuzumab è presente, ma limitata al periodo di trattamento. Lo si legge sulla rivista The Oncologist, dove sono stati recentemente pubblicati i risultati di uno studio real-world condotto su una coorte di oltre 18.000 donne italiane sottoposte a intervento chirurgico per tumore mammario che avevano iniziato un trattamento adiuvante di prima linea basato su trastuzumab o sola chemioterapia (CT). “La terapia adiuvante con trastuzumab rappresenta oggi lo standard di cura per le pazienti con tumore mammario in fase iniziale e positivo per HER2” spiegano gli autori, guidati da Matteo Franchi, del Laboratorio di Healthcare Research & Pharmacoepidemiology dell’Università Bicocca di Milano e del Centro Nazionale di Healthcare Research & Pharmacoepidemiology. “Anche se la terapia è in genere ben tollerata, possono manifestarsi eventi cardiovascolari (CV) legati al trattamento, sia durante che dopo la terapia” aggiungono. Proprio per fare chiarezza su questi eventi a breve e lungo termine, Franchi e colleghi hanno utilizzato i dati dei database di 6 regioni italiane e hanno identificato 6.208 donne in trattamento con trastuzumab da includere nel loro studio. Queste pazienti sono state abbinate in rapporto 1:2 a pazienti sottoposte a CT classica (n=12.416) in base a data di inizio del trattamento, età e presenza di fattori di rischio CV.

A un follow-up medio di 5,88 anni il rischio CV cumulativo sul breve periodo è stato di 0,8% e 0,2% nel gruppo trastuzumab e CT, ripettivamente, mentre le corrispondenti percentuali per il rischio a lungo termine sono state di 2,6% e 2,8%. “Le donne trattate con trastuzumab hanno un rischio elevato di ricovero per scompenso cardiaco congestizio nel corso del trattamento, un rischio fino a 4,6 volte più elevato rispetto a quello delle donne trattate solo con CT standard durante il primo anno dopo l’inizio del trattamento” precisano i ricercatori, ricordando però che tale rischio si riduce dopo il termine della terapia fino a diventare comparabile a quello del gruppo CT standard dopo un follow-up di 8 anni. “Dato il successo del trattamento con trastuzumab in termini di sopravvivenza assoluta, è fondamentale la collaborazione tra oncologi e cardiologi per gestire al meglio le terapie di pazienti con tumore mammario trattate con agenti cardiotossici” concludono gli autori.