Fine vita, tra terapie attive e cure palliative

  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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di Cristina Ferrario (Agenzia Zoe)

L’esperienza dell’Emilia Romagna mostra che l’utilizzo di terapie antitumorali e quello dei servizi di cure palliative non sono complementari, ma sono associati in maniera inversa nell’ultimo mese di vita dei pazienti oncologici. Lo si evince da uno studio pubblicato su BMJ Open dai ricercatori della AUSL Reggio Emilia – IRCCS Istituto in Tecnologie avanzate/modelli assistenziali in Oncologia, guidati da Giulio Formoso, primo nome dell’articolo.

“L’uso appropriato di terapie anti-tumorali nel fine vita è oggetto di un acceso dibattito dal punto di vista sia clinico sia economico” esordiscono gli autori della ricerca, ricordando che concentrarsi su trattamenti clinicamente poco rilevanti può portare a un ridotto utilizzo delle cure palliative.

Nonostante le linee guida ESMO controindichino in modo esplicito le terapie anti-tumorali nelle ultime settimane di vita dei pazienti, questa raccomandazione viene spesso disattesa.

“Sono molte le ragioni che possono indurre a un utilizzo eccessivo di terapie attive anche nel fine vita” riprendono gli esperti, citando ad esempio le aspettative di pazienti e familiari o le difficoltà di predire in modo preciso e comunicare la prognosi. A questi si aggiungono altri fattori come le difficoltà di comunicazione medico-paziente, la paura che interrompere il trattamento possa avere effetti negativi sulla prognosi e anche fattori culturali.

Per scattare una fotografia precisa della situazione in Emilia Romagna, Formoso e colleghi hanno valutato i dati di 55.625 residenti nella regione e deceduti per cancro tra il 2017 e il 2020. I risultati, basati sull’analisi di database amministrativi, hanno mostrato che il 15,3% dei partecipanti allo studio ha ricevuto trattamenti anti-tumorali nell’ultimo mese di vita, mentre il 40,2% ha ricevuto cure palliative.

Più in dettaglio, è stata osservata una associazione inversa tra terapia anti-tumorale e servizi di cure palliative negli ultimi 30 giorni (OR 0,92), chirurgia negli ultimi 6 mesi (OR 0,59) e incremento dell’età (OR 0,95). La probabilità di ricevere terapie anti-tumorali è risultata più alta in caso di tumori ematologici (OR 2,15), mentre in presenza di tumori aggressivi è risultato più probabile il ricorso a cure palliative (OR 1,12).

I risultati dell’analisi hanno mostrato differenze tra le diverse aziende sanitarie della regione. “Tali differenze sono più probabilmente dovute a diverse abitudini di prescrizione e gestione dei casi che a differenze nell’epidemiologie dei tumori” ipotizzano gli autori, sottolineando che resta spazio di manovra per migliorare la gestione del fine vita.

“In linea generale, spostare le risorse da trattamenti farmacologici aggressivi ad approcci comprensivi di cure palliative dovrebbe essere una priorità nella cura dei pazienti oncologici e le cure palliative potrebbero rappresentare uno dei fattori che proteggono dall’uso eccessivo di farmaci anti-tumorali” concludono.