Esperti, 50% detenuti ha un disturbo mentale e 25% una dipendenza


  • Adnkronos Salute
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Milano, 4 ott. (AdnKronos Salute) - In Italia il 50% delle persone detenute in carcere presenta una malattia o un disturbo mentale, e il 25% ha una dipendenza da sostanza psicoattiva. A fotografare il fenomeno sono gli esperti della Simspe, Società italiana di medicina e sanità penitenziaria, in occasione del XX Congresso nazionale 'Agorà Penitenziaria' che si chiude oggi a Milano - in Auditorium Testori a Palazzo Lombardia - e che ha riunito circa 200 partecipanti da tutta la Penisola. Un appuntamento organizzato in collaborazione con Regione Lombardia e Simit (Società italiana di malattie infettive e tropicali), presieduto da Roberto Ranieri, Coordinatore Sanità penitenziaria della Regione Lombardia.

"Dopo la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari - osservano gli specialisti Simpse - il tema della malattia mentale in ambito detentivo è divenuto un elemento di cronaca, trasformando un problema oggettivo, che necessita di una profonda riflessione di natura giuridica e legislativa, ancor prima che sanitaria e organizzativa, in aspetto sensazionalistico". Afferma il presidente Simspe, Luciano Lucania: "C'è tanto, troppo, disagio mentale dentro le mura. C'è l'uomo recluso, c'è la cognizione del reato, ci sono condizioni detentive troppo spesso ai limiti, ci sono tante espressioni rivendicative di istanze, anche legittime, non soddisfatte. Ma tutto ciò che non piace, dentro le mura viene medicalizzato. Quindi si chiedono i numeri, i dati. Ma continua a mancare un Osservatorio epidemiologico nazionale".

"Oggi sono assicurate certamente le cure farmacologiche più aggiornate - precisa l'esperto - Tuttavia manca il raccordo fra 'dentro' e 'fuori', manca l'interlocuzione diretta dei presidi con l'autorità giudiziaria, manca una rete territoriale di accoglienza. Ci sono aspetti di sistema, aspetti integrati, che devono essere ripensati e ridefiniti".

Secondo il Rapporto 2019 'Salute mentale e assistenza psichiatrica in carcere' del Comitato nazionale per la bioetica (Cnb), fra le tipologie di disturbo prevalenti sul totale detenuti ai primi posti ci sono la dipendenza da sostanze psicoattive (23,6), i disturbi nevrotici e reazioni di adattamento (17,3%) e i disturbi alcol correlati (5,6%) - riferisce la Simspe - A seguire, piccole percentuali per disturbi affettivi psicotici (2,7%), disturbi della personalità e del comportamento (1,6%), disturbi depressivi non psicotici (0,9%), disturbi mentali organici senili e presenili (0,7%), disturbi da spettro schizofrenico (0,6%).

Analizzando le diagnosi per genere, prevale tra gli uomini quella di dipendenza da sostanze psicoattive (50,8% dei maschi, 32,5% delle femmine), e nelle donne la diagnosi di "disturbi nevrotici e reazioni di adattamento" (36,6% delle diagnosi femminili, 27,1% delle diagnosi maschili). Seguono fra gli uomini i disturbi alcol correlati (9,1%, 6,9% nelle donne) e fra le donne i disturbi affettivi psicotici (10,1%, 4,1% degli uomini). Quindi i disturbi della personalità e del comportamento (2,4% degli uomini, 3,4% delle donne) e i disturbi depressivi non psicotici (1,3% degli uomini, 2,8% delle donne).

"Le malattie mentali, il disagio esistenziale, la depressione, gli esiti devastanti della tossicodipendenza sulla persona - fa notare Lucania - non sono misurabili come le cardiopatie e le malattie infettive, dove esiste un parametro di riferimento fra positivo e negativo e la somma delle unità consente di determinare una percentuale di prevalenza. Qui abbiamo invece una nebulosa che in carcere avvolge tutto e tutti, nei confronti della quale oggi manca il rapporto umano, delegato burocraticamente sempre a qualcun altro".

Commenta Alessandro Albizzati, direttore di Neuropsichiatria all'Asst Santi Paolo e Carlo di Milano, durante il convegno 'Musi...Care - Musica, carcere e cura': "L'uomo è scomparso, la sofferenza è quotidiana, il disagio è considerato quasi una condizione naturale. Il disagio, il dolore mentale, la psicopatologia sono temi molto diversi", puntualizza. "Il comportamento violento sino al suicidio - conclude Liliana Lorettu della Sipf, Società italiana psichiatria forense - sono l'estrema risposta di chi non riesce ad uscire da questo pantano".