Dieta e attività fisica fondamentali per chi soffre di Parkinson

  • Cristina Ferrario — Agenzia Zoe
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  • Dieta sana e attività fisica (sia pre- che post-diagnosi) sono inversamente associate alla mortalità in pazienti con malattia di Parkinson.
  • I risultati sono validi sia per i due fattori presi singolarmente, sia analizzati in modo congiunto.

Mangiare in modo sano e rimanere fisicamente attivi aiutano a ridurre il rischio di mortalità legata alla malattia di Parkinson. È quanto emerge da uno studio recentemente pubblicato su JAMA Network Open e portato a termine da un gruppo di ricercatori guidati da Xinyuan Zhang del Brigham and Women’s Hospital e della Harvard Medical School di Boston, primo nome della ricerca.

“Sappiamo che alimentazione e attività fisica sono importanti per la prevenzione della malattia di Parkinson e che influenzano la fase prodromica della patologia, ma poco si sa sull’impatto di questi due aspetti dello stile di vita sugli esiti a lungo termine, inclusa la mortalità” esordiscono gli autori che hanno coinvolto nello studio uomini partecipanti all’Health Professionals Follow-up Study (1986- 2012) e donne partecipanti al Nurses’ Health Study (1984-2012) che avevano ricevuto diagnosi di malattia di Parkinson e per i quali erano disponibili questionari di valutazione alimentare basali completi.

I 1.251 soggetti inclusi nell’analisi sono stati seguiti per un follow-up di 32-34 anni con lo scopo principale di valutare l’associazione tra dieta e attività fisica (da sole o congiunte) e mortalità, dopo aggiustamenti per età, introito calorico totale, assunzione di caffeina e altri fattori di rischio legati allo stile di vita.

E a conti fatti l’analisi ha mostrato che una dieta di qualità e una vita attiva sono associate in modo inverso con la mortalità in questa popolazione. “È importante notare che questa associazione vale sia per i dieta e attività fisica pre-diagnosi che post-diagnosi” precisano gli autori. “Ciò suggerisce che i due fattori sono importanti non solo prima dell’insorgenza dei sintomi, ma anche dopo che i sintomi si sono manifestati, indipendentemente dai livelli pre-diagnosi” aggiungono.

Più in dettaglio, per quanto riguarda la dieta l’hazard ratio (HR) per la mortalità nel confronto tra quartile più alto e più basso di dieta sana (valutata con l’indice AHEI) è stato di 0,69 per le analisi pre-diagnosi e di 0,57 per quelle post-diagnosi.

Risultati simili sono stati ottenuti per l’attività fisica (HR 0,71 e 0,47 pre- e post-diagnosi, rispettivamente). Infine, nell’analisi congiunta dell’impatto di dieta e attività fisica gli HR pre-diagnosi e post-diagnosi sono risultati pari, rispettivamente a 0,51 e 0,35 per i soggetti nel più alto vs il più basso terzile per entrambe le variabili.

“Tra i meccanismi potenzialmente alla base di tale associazione ipotizziamo la presenza di quantità elevate di antiossidanti in diete ricche di frutta e verdura, la riduzione dello stress ossidativo legata a stili di vita sani e potenziali modifiche del microbiota intestinale con conseguenti alterazioni di meccanismi epigenetici di espressione genica” precisano Zhang e colleghi, affermando che dieta e attività fisica potrebbero essere due target importanti per migliorare gli esiti della malattia.