Diabete di tipo 1 e geni: un passo in avanti

  • Alessia De Chiara
  • Notizie dalla letteratura
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Messaggi chiave

  • Una particolare regione genetica si associa al diabete di tipo 1 mediante la regolazione di una via che coinvolge il recettore CCR2 e il suo ligando CCL-2 (chemochine ligand 2).
  • Sono stati trovati livelli di CCL-2 più bassi negli individui con autoanticorpi delle isole pancreatiche e diabete di tipo 1 rispetto ai controlli.
  • Lo studio potrebbe aiutare a capire come ritardare in futuro la progressione verso la patologia.

I risultati di uno studio pubblicato su Journal of Translational Autoimmunity sembrano indicare che un recettore delle chemochine pro-infiammatorio, CCR2, e il suo ligando, CCL-2, potrebbero aumentare il rischio di diabete di tipo 1. Per i ricercatori, in pratica, un’espressione aumentata del gene CCR2 diminuirebbe i livelli sierici del ligando e si assocerebbe a un aumento della distruzione delle isole pancreatiche e a una progressione più veloce verso la patologia.

Studi precedenti hanno dimostrato che i livelli sierici di CCL-2 sono associati al diabete di tipo 1. Nel nuovo studio, gli autori hanno cercato di chiarire la direzione di questa associazione. Per farlo hanno utilizzato i dati di 310 partecipanti allo studio DAISY (Diabetes Autoimmunity Study in the Young) inclusi appena nati, perché considerati a rischio di diabete di tipo 1 a causa della presenza di un parente di primo grado diabetico o di geni associati alla malattia, e seguiti in media per 16,8 anni. Di questi, 48 hanno sviluppato la malattia e sono stati definiti progressor, mentre 42, definiti non progressor, esprimevano continuamente gli anticorpi contro le isole pancreatiche pur non sviluppando il diabete. I restanti 220 individui hanno rappresentato il gruppo controllo non rientrando in nessuna delle due condizioni. Utilizzando modelli aggiustati, è stato scoperto che i livelli sierici di CCL-2 erano più bassi in modo significativo sia nei progressor che nei non progressor, rispetto agli individui controllo.

I ricercatori hanno poi identificato il locus genetico nei dintorni del gene CCR2 che contribuisce ai livelli sierici di CCL-2. Tale locus, e cioè il locus 3p21.31, era già stato associato da studi detti genome wide association studies al diabete di tipo 1 e ad altre patologie pediatriche, sebbene non siano state trovate le varianti responsabili e i meccanismi dell’associazione. Da una serie di analisi è emerso che in tale locus due varianti, dette SNP, si associavano all’aumento di espressione di CCR2, a livelli ridotti di CCL-2 e a un rischio aumentato di diabete di tipo 1. Risultati che per gli autori suggeriscono come i due SNP possano giocare un ruolo di regolazione nell’attivazione del pathway CCR2/CCL-2 e nella progressione del diabete. Lo schema proposto dai ricercatori è il seguente: gli individui con queste varianti sono più inclini ad avere una maggiore espressione di del gene CCR2 e del signaling tra CCR2 e CCL-2. Ciò causa una riduzione dei livelli sierici di CCL-2 e un aumento del tasso di distruzione delle isole pancreatiche, il che porta a un tasso maggiore di diabete di tipo 1. «Le nostre scoperte forniscono un ulteriore esempio di riduzione dei livelli sierici di una molecola pro-infiammatoria associati a un aumento dello stato infiammatorio» affermano.

«I nostri risultati supportano il potenziale dell’inibizione di CCR2 nel ritardare la progressione al diabete di tipo 1 degli individui positivi agli autoanticorpi delle isole. L’inibizione di CCR2 potrebbe compromettere il reclutamento di cellule immunitarie, incluso cellule T e monociti, nelle isole pancreatiche e, quindi, ritardare la progressione verso l’autoimmunità delle isole» scrivono, aggiungendo come diversi inibitori di CCR2 siano stati testati in trial clinici per diverse malattie, anche se non hanno cambiato il decorso in individui con patologie autoimmuni (artrite reumatoide e sclerosi multipla). A seguito di una serie di considerazioni, gli autori sostengono che gli studi futuri per la prevenzione del diabete dovrebbero mirare a individui con autoanticorpi che abbiano bassi livelli sierici di CCL-2.