Deficit di vitamina D e salute pubblica


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La vitamina D ha un ruolo decisivo da tempo riconosciuto per la crescita e lo sviluppo dello scheletro. Da molti anni è infatti  noto che la  carenza prolungata di vitamina D determina   iperparatiroidismo secondario, rachitismo, fragilità ossea e muscolare con accentuazione delle cadute (1). Ricerche recenti suggeriscono anche una relazione favorevole tra vitamina D ed altri aspetti della salute, come la funzione immunitaria, quella cardiovascolare ed i tumori. (2) 
Il tema di una adeguata assunzione di questa vitamina assume particolare rilevanza pubblica in Paesi dove la esposizione al sole è poco significativa o vi sono abitudini alimentari non adeguate.
Infatti le fonti naturali della vitamina D stanno in alcuni cibi: quelle di origine animale contengono vitamina D 3 e quelle di origine vegetale contengono vitamina D2; altra fonte naturale consiste nella formazione della vitamina D3  a livello cutaneo sotto l’azione dei raggi ultravioletti solari.
 
E’ stato verificato che recentemente in alcuni Paesi a causa di variazioni dietetiche, le fonti naturali alimentari di vitamina D, sia D3 (colecalciferolo)  come le uova, il latte, il salmone , il tonno, l’anguilla e lo sgombero, che  quelle di origine  vegetale, sia vitamina D2 (ergocalciferolo) come i funghi o il pane  con integrazione di D2, sono meno utilizzate (3) ed anche  l’uso di filtri solari ad ampio spettro diminuisce la formazione della vitamina D3 dovuta agli ultravioletti solari (4):  ciò accentua  il deficit di vitamina D nella popolazione creando un problema di sanità pubblica.
Da qui l’indicazione delle Autorità sanitarie di molte nazioni all’integrazione con vitamina D attraverso cibi,  come ad esempio, biscotti e succhi, al fine di permettere l’assunzione  della dose raccomandata giornaliera  che per la maggior parte delle persone  è di 600-800 UI/die di vitamina D.
 
Per lungo tempo si è pensato che le attività della vitamina D2 e della vitamina D3, valutate attraverso la concentrazione del   metabolica attivo, fossero efficaci in misura equivalente, ma da anni è stato evidenziato che la potenza dell’ergocalciferolo  è inferiore del 30% rispetto a quella del colecalciferolo e che l’ergocalciferolo ha una durata d’azione inferiore (5).
 
La consistenza di questi studi è stata in parte criticata da alcuni Autori britannici e perciò si è ritenuto opportuno dar vita ad uno studio (BBSRC DRINC funded: BB/I006192/1) più robusto (2)
Notevole interesse ha suscitato questo studio, recentemente concluso e non ancora pubblicato, e svoltosi presso l’Università del Surrey. Lo studio, originato dalla verifica che più di una persona britannica su 5 ha  livelli di vitamina D nel sangue assai bassi,  è stato condotto su 335 donne bianche o sud-asiatiche in due periodi invernali consecutivi. I partecipanti sono stati divisi in 5 gruppi che assumevano rispettivamente o placebo, o un succo di frutta contenente vitamina D2, o un succo di frutta con vitamina D3, o biscotti addizionati di vitamina D o di Vitamina D3. 
I risultati hanno evidenziato che  la vitamina D3 è efficace il doppio nell’aumentare i livelli ematici di vitamina D rispetto alla vitamina D2.  Donne che assumevano vitamina D3 sia in biscotto o in succo avevano un incremento della vitamina D nel sangue del 74% e 75% rispettivamente, contro un aumento del 34% e 33% evidenziato in coloro che assumevano D2, sempre rispetto ai valori di partenza, mentre l’uso del placebo portava ad un decreto della vitamina D ematica del 25% dopo un periodo di trattamento per 12 settimane.
 
Susan Lanham-New, direttore del dipartimento di Scienze Nutrizionali dell’Università del Surrey, a capo del gruppo di studio, ha dichiarato che questo studio determinerà una rivoluzione nell’approccio alla integrazione alimentare con vitamina D: “la carenza di vitamina D è una questione seria, ma questo studio aiuterà le persone a fare una scelta più informata su ciò che possono mangiare o bere per aumentare i loro livelli attraverso la loro dieta”. (6)
Le condizioni ambientali e le abitudini alimentari in Italia differiscono da quelle britanniche, ma bassi livelli di vitamina D sono stati descritti anche in ampie porzioni della popolazione nazionale (7)  
Questo induce, al di là di un eventuale trattamento farmacologico, a sollecitare una maggiore attenzione della popolazione generale  verso i cibi arricchiti con vitamina D3.
 

A cura di: Marco Cambielli – MMG Varese