Dalla Russia con amore, la spy story scientifica che fa discutere l'Italia

  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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di Andrea Capocci (Agenzia Zoe)

La collaborazione tra Italia e Russia nella lotta alla pandemia è iniziata nei giorni peggiori della prima ondata di Covid-19. Sabato 21 marzo 2020, all’aeroporto militare di Pratica di Mare nei pressi di Roma atterrarono nove quadrimotore russi (ma qualcuno dice tredici) carichi di materiale medico, operatori sanitari e addetti alla sicurezza appartenenti a vario titolo alle forze armate russe. Proprio quel giorno in Italia si contarono 6557 nuovi casi positivi al coronavirus. Anche se oggi possono sembrare pochi, fu il numero più alto della prima ondata. All’epoca, infatti, la capacità diagnostica a disposizione era molto più limitata di quella odierna: si esaminarono 26 mila tamponi, mentre adesso se ne fanno circa mezzo milione al giorno. Quello stesso sabato si registrarono 793 decessi, anche se il numero reale fu probabilmente molto superiore. Quando arrivarono gli aiuti russi, l’Italia era in pieno lockdown e alle prese con la peggiore crisi sanitaria dalla fine della seconda guerra mondiale. La missione ribattezzata «Dalla Russia con amore» fu dunque salutata con calore e gratitudine dalle autorità, visto il momento di difficoltà. Le operazioni dei russi in Italia si svolsero nelle province di Bergamo e di Brescia, tra le più colpite dalla pandemia, e durarono quasi due mesi.

Dopo l’invasione dell’Ucraina, quella missione è tornata sull’attenzione dei media per alcuni aspetti poco chiari. Uno degli elementi da illuminare è, ad esempio, come mai la missione impiegò più personale militare che sanitario. Sui 104 partecipanti, i medici erano 28 (solo due dei quali civili) e gli infermieri appena 4. Alcuni, come il generale che comandò la missione Sergey Kikot, erano esperti di armi chimiche e batteriologiche e più avvezzi ai teatri di guerra che alle epidemie. Il materiale sanitario trasportato in Italia, inoltre, non fu di grande aiuto per l’emergenza: mentre l’Italia aveva bisogno di decine di milioni di mascherine ogni giorno, i cargo di Mosca ne portarono solo alcune centinaia di migliaia. Anche i 150 ventilatori polmonari forniti dai russi si rivelarono pericolosi e poco funzionali.

 

Più intelligence che aiuto umanitario

L’equipaggiamento e la composizione della missione oggi fanno ritenere a molti osservatori che la missione abbia avuto anche altri obiettivi, legati all’intelligence russa ai danni di un paese Nato. Anche l’intenzione iniziale dei russi (sanificare gli uffici pubblici e non solo ospedali e residenze sanitarie assistenziali, come poi concordarono con la Protezione Civile italiana) può far pensare a una missione orientata allo spionaggio. I medici russi ebbero la possibilità di conoscere da vicino i protocolli terapeutici applicati nella cura del Covid-19 dall’Italia, il Paese che all’epoca era probabilmente quello più esperto in materia dopo la Cina. Pechino, tuttavia, aveva conservato molto più gelosamente la riservatezza sui propri pazienti.

D’altra parte, la missione dei russi fu da subito oggetto di attenzione e verifiche, sia da parte dei media che delle istituzioni. Sin dall’inizio, diversi media italiani e stranieri hanno collegato l’arrivo dei russi a un’operazione che aveva anche obiettivi diplomatici oltre che sanitari. Tra i Paesi NATO, l’Italia è probabilmente quello con le relazioni politiche più forti con la Russia di Putin: partiti nazionali come Fratelli d’Italia, Lega, Movimento 5 stelle e Forza Italia hanno più volte manifestato apprezzamenti per il presidente russo, prima del conflitto.

Per rilevare eventuali implicazioni dell’operato dei russi per la sicurezza nazionale, anche il Comitato Parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir) nel 2021 ha effettuato verifiche attraverso i servizi di intelligence. «Da quanto si è appreso – scrive il Copasir nella relazione annuale del 2021 – la missione russa si sarebbe svolta esclusivamente in abito sanitario con il compito di sanificare ospedali e residenze sanitarie assistenziali e il convoglio si è mosso sempre scortato da mezzi militari italiani».

 

Spaccare l'unità europea sui vaccini

A sostegno della tesi dello spionaggio, il Corriere della Sera ha citato anche il fatto che nello sviluppo del vaccino russo Sputnik V sia stata utilizzata una sequenza virale proveniente dal focolaio italiano, in quanto prelevata in un cittadino russo reduce da un viaggio a Roma. In realtà, il cittadino avrebbe visitato l’Italia il 15 marzo 2020, cioè una settimana prima dell’arrivo della missione russa. Peraltro, il 21 marzo anche la Russia registrava centinaia di casi di Covid-19 al giorno. Dunque non sarebbe stato necessario recarsi in Italia per raccogliere i campioni biologici necessari allo sviluppo del vaccino russo Sputnik V.

Proprio lo sviluppo dello Sputnik, però, ha fatto sollevare qualche dubbio in merito al reale significato della collaborazione sanitaria tra Russia e Italia durante la pandemia. Nonostante il vaccino messo a punto dall’istituto Gamaleya di Mosca non sia mai stato raccomandato dall’Agenzia Europea del Farmaco (EMA), molti amministratori locali – come i presidenti di Lombardia, Veneto, Campania e Lazio – hanno proposto di comprarne dosi in autonomia da Bruxelles (scelta fatta dall’Ungheria del premier anti-europeista Orban ma ventilata anche da altre potenze continentali) o addirittura di produrre il vaccino russo in Italia. Molte dichiarazioni in questo senso sono state fatte nel febbraio-marzo 2021, periodo in cui gli altri vaccini acquistati dall’Unione Europea venivano consegnati all’Italia con notevole ritardo. Se allora si fosse spaccata l’alleanza europea sui vaccini, i governi dell’Unione sarebbero entrati in concorrenza tra loro per accaparrarsi le dosi senza rispettare le raccomandazioni dell’Ema, con un aumento dei prezzi e una diminuzione della sicurezza per i cittadini.

La Regione Lazio, su impulso dell’assessore alla salute Alessio D’Amato, andò più in là delle altrre regioni, patrocinando una stabile collaborazione scientifica tra il Gamaleya e l’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive «Lazzaro Spallanzani» di Roma. Grazie a questa partnership sono stati realizzati diversi studi in cui lo Spallanzani avrebbe confermato l’efficacia del vaccino russo sia come vaccinazione primaria sia come booster. L’ultimo, pubblicato a gennaio 2022 solo su MedArxiv e non valutato con peer-review, avrebbe dimostrato che «l’approccio più efficace per i richiami vaccinali, come già mostrato in altri studi, è l’uso della vaccinazione eterologa adottato per primo dal vaccino Sputnik V», che si sarebbe rivelato migliore di quello a mRna della Pfizer.

Sugli studi relativi al vaccino russo, tuttavia, la comunità scientifica ha espresso grandi perplessità. I ricercatori russi non hanno voluto condividere con i colleghi i dati raccolti e anche l’origine dei finanziamenti degli studi non è apparsa trasparente. Infine, un’inchiesta del quotidiano «La Stampa» ha rivelato che per avviare la sperimentazione allo Spallanzani i funzionari russi avrebbero offerto 250 mila dollari a un alto dirigente dell’istituto di ricerca. Con l’inizio dell’invasione dell’Ucraina e l’inasprimento delle sanzioni contro la Russia, anche lo Spallanzani ha dovuto sospendere la collaborazione con il Gamaleya.

Alcuni organi di informazione, come lo stesso Corriere della Sera, oggi adombrano un legame tra la missione russa a Bergamo e la collaborazione tra Roma e Mosca sul vaccino, ma mancano le prove concrete. In ogni caso, è ragionevole pensare che in entrambe la Russia abbia utilizzato la pandemia e la ricerca su Sars-CoV2 per esercitare anche un «soft power», cioè influenzare senza l’uso della forza la collocazione internazionale dell’Italia in merito alla Russia stessa. Rimane ancora da stabilire, attraverso indagini che sono ancora in corso, se questo soft power abbia comportato anche la manipolazione di prove scientifiche, se vi siano state collusioni di politici locali e nazionali con un Paese già allora oggetto di sanzioni e se, infine, vi sia stata corruzione di dirigenti del Servizio sanitario italiano.