Dal microbiota un possibile aiuto contro il tumore del rene

  • Cristina Ferrario — Agenzia Zoe
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  • Un prodotto a base di batteri vivi (CBM588 contenente Clostridium butyricum) sembra migliorare gli esiti clinici in pazienti con tumore a cellule renali metastatico trattati con nivolumab–ipilimumab.
  • Il profilo di sicurezza è accettabile e sono ora necessari ulteriori studi per confermare e approfondire queste osservazioni.

Secondo uno studio di fase I pubblicato su Nature Medicine, l’aggiunta di Clostridium butyricum all’immunoterapia con inibitori dei checkpoint immunitari (CPI) permette di migliorare gli esiti in pazienti con tumore a cellule renali metastatico (mRCC). “Diversi studi hanno dimostrato un legame tra microbiota intestinale e risposta all’immunoterapia in pazienti oncologici” spiegano gli autori guidati da Nazli Dizman del City of Hope Comprehensive Cancer Center di Duarte (Stati Uniti), primo nome dello studio. “Il trattamento immunoterapico a base di nivolumab–ipilimumab è lo standard di cura per il mRCC, ma molti pazienti non rispondono alla terapia e il 20% circa mostra progressione di malattia subito dopo il trattamento” proseguono.

Di fronte a questi dati, Dizman e colleghi hanno voluto valutare se la modulazione del microbiota fosse in grado di migliorare la risposta all’immunoterapia con la combinazione nivolumab–ipilimumab in pazienti con mRCC. E per farlo hanno utilizzato un prodotto a base di batteri vivi: CBM588, contenente Clostridium butyricum. “In pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule trattati con CPI è stato osservato un forte impatto di CBM588 su sopravvivenza libera da progressione (PFS) e sopravvivenza generale (OS)” precisano gli autori, ricordando una caratteristica particolare di questa molecola: il suo beneficio sembra maggiore in pazienti che hanno ricevuto terapia antibiotica.

Nello studio di fase I, gli autori hanno coinvolto 30 pazienti con mRCC non trattati in precedenza e li hanno randomizzati in rapporto 2:1 a ricevere nivolumab e ipilimumab con o senza una supplementazione orale giornaliera di CBM588.

L’endpoint principale dello studio era la caratterizzazione dell’effetto della supplementazione sull’abbondanza relativa delle popolazioni microbiche intestinali e in particolare sulla presenza di Bifidobacterium spp. “Formalmente questo endpoint non è stato raggiunto, ma analisi di sottogruppo hanno mostrato che un incremento di Bifidobacterium spp. nei pazienti che hanno risposto alla combinazione CBM588 con nivolumab–ipilimumab” affermano gli autori.

Per quanto riguarda invece gli endpoint secondari dello studio, sono stati osservati miglioramenti significativi nella PFS con l’aggiunta di CBM588 all’immunoterapia (12,7 mesi con versus 2,5 mesi senza CBM588, hazard ratio 0,15; P=0,001). “Anche i tassi di risposta sono risultati maggiori con la supplementazione rispetto alla sola immunoterapia (58% versus 20%; P=0,06), mentre abbiamo osservato differenze in termini di tossicità tra i due bracci dello studio” riferiscono Dizman e colleghi che poi concludono: “Servono ora ulteriori studi su popolazioni più ampie per confermare questi dati e comprendere meglio i meccanismi di azione e gli effetti sul microbioma e sui diversi compartimenti del sistema immunitario”.