COVID-19 – Una terapia per facilitare il recupero dell’olfatto

  • Elena Riboldi — Agenzia Zoe
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Messaggi chiave

  • Le irrigazioni nasali con soluzione salina più teofillina potrebbero favorire il recupero dell’olfatto nei pazienti con iposmia o anosmia dopo infezione da SARS-CoV-2.
  • Anche se i dati di efficacia basati sulla misura oggettiva della funzione olfattiva sono per ora inconclusivi, la valutazione soggettiva dei pazienti suggerisce un beneficio del trattamento.

 

In due studi clinici pubblicati sull’ultima uscita di JAMA Otolaryngology – Head & Neck Surgery è stato testato l’uso della teofillina, aggiunta alla soluzione salina impiegata per effettuare delle irrigazioni nasali, per il trattamento dell’iposmia/anosmia che colpisce alcuni dei pazienti che contraggono l’infezione da SARS-CoV-2. La teofillina, un inibitore delle fosfodiesterasi, agirebbe promuovendo i segnali neuro-olfattivi. I pazienti coinvolti negli studi hanno riferito di avere tratto beneficio del trattamento.

Il gruppo di ricercatori della Washington University School of Medicine di St. Louis che ha condotto i due studi aveva già pubblicato qualche mese fa sull’American Journal of Otolaryngology i risultati dello studio randomizzato SCENT in cui non erano state osservate differenze cliniche significative nella capacità olfattiva tra il gruppo dei partecipanti assegnati al trattamento con teofillina e quello dei partecipanti assegnati al placebo, anche se nel primo gruppo era  stato riscontrato un miglioramento nella qualità della vita legata all’olfatto.

Nella lettera pubblicata su JAMA Otolaryngology – Head & Neck Surgery i ricercatori spiegano che i risultati dello studio SCENT potevano dipendere da un sottodosaggio della teofillina. Per questo hanno condotto uno studio di dose-escalation in cui i pazienti hanno effettuato due volte al giorno delle irrigazioni nasali con fisiologica più 400 mg di teofillina, invece dei 12 mg utilizzati nello studio originale. Dei dieci pazienti trattati con 400 mg, solo uno ha riportato eventi avversi sostenuti, ma non severi (es. convulsioni, aritmia incidente). Quattro pazienti hanno riportato un miglioramento dell’olfatto e due hanno registrato un miglioramento clinicamente rilevante nel test UPSIT (University of Pennsylvania Smell Identification Test, un test di identificazione degli odori basato su 40 domande).

Sulla scorta di queste indicazioni i ricercatori hanno condotto un altro studio di fase due, lo studio SCENT2, che ha arruolato 51 pazienti in cui i disturbi olfattivi persistevano dopo 3-12 mesi dall’infezione da SARS-CoV-2. I partecipanti sono stati randomizzati in due gruppi, uno assegnato alle irrigazioni con teofillina (400 mg) e l’altro a polvere di lattosio (500 mg) da sciogliere in salina. Le irrigazioni andavano fatte due volte al giorno, mattina e sera, per 6 settimane.

Alla fine del trattamento la percentuale di partecipanti che ha riportato almeno un leggero miglioramento nel Clinical Global Impression-Improvement scale (una misura della severità dei sintomi) era più alta nel gruppo teofillina che nel gruppo controllo (59% contro 43%). La differenza nel punteggio UPSIT non però era statisticamente rilevante tra i gruppi, anche se la differenza nella percentuale di chi aveva risposto favoriva la teofillina. Gli autori concludono che il loro studio “suggerisce che il beneficio clinico delle irrigazioni nasali con teofillina nei partecipanti con disfunzione olfattiva legata al COVID-19 è inconclusivo, per quanto suggerito dalle valutazioni soggettive”.

In un articolo di commento che accompagna i due studi si propone un interessante interrogativo: “Dobbiamo chiederci, se il paziente ha un miglioramento soggettivo nell’olfatto e nel gusto e la qualità della vita migliora, qual è il vantaggio in più dei test oggettivi? E come dobbiamo interpretare i risultati in cui esiti soggettivi e oggettivi sono in conflitto, un riscontro fin troppo comune nella ricerca rinologica?”. Le domande sono aperte.