COVID-19, un anno di vaccini: facciamo il punto su successi e fallimenti

  • Cristina Ferrario — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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È passato quasi un anno da quando, nel dicembre 2020, sono state inoculate le prime dosi di vaccino anti-COVID-19, un punto di svolta nella pandemia, almeno sulla carta.

Oggi, dopo oltre 7 miliardi di dosi somministrate, la pandemia ancora non si ferma, anzi sembra rialzare la testa in molte nazioni, indipendentemente dal livello di reddito o di sviluppo.

Cosa non ha funzionato? Il problema è l’efficacia dei vaccini o le ragioni sono da ricercare altrove?

Gli esperti della Economist Intelligence Unit (EIU) hanno cercato di fare il punto della situazione, pubblicando i risultati di un’analisi condotta a livello globale e riportando alcune storie di successi e fallimenti in differenti aree del mondo.

Un dato salta immediatamente all’occhio: la vaccinazione sembra essere un privilegio riservato in genere alle nazioni ricche. Sulla base dei dati disponibili a fine ottobre 2021, gli esperti EIU prevedono tempi molto diversi per il raggiungimento della copertura vaccinale: se paesi come Stati Uniti, Cina, Giappone e molti paesi europei raggiungeranno il traguardo entro la fine del 2021, in altre nazioni quali India o Russia la data si sposta in avanti di un anno, a fine 2022, mentre per la maggior parte dell’Africa (ma anche alcune nazioni europee, asiatiche e sud-americane) si andrà oltre il 2023.

Qualche esempio può aiutare a comprendere meglio il quadro europeo e mondiale, un passo essenziale in un mondo nel quale i confini spesso si confondono e gli spostamenti di merci e persone (e virus) sono sempre più rapidi.  

Il “blocco” russo

La Russia è stato il primo paese al mondo ad approvare un vaccino contro il COVID-19, lo Sputnik V attualmente in fase di valutazione anche da parte dell’Agenzia Europea per i medicinali (EMA).

Nonostante questo scatto iniziale, però, a fine ottobre 2021 solo un terzo della popolazione russa era vaccinata e, come riferito nel report EIU, molti dei paesi che avevano puntato su Sputnik V stanno cercando alternative per portare a termine le campagne vaccinali. Alla base di questo vero e proprio fallimento ci sarebbe, secondo gli esperti EIU, una ragione di tipo sociale, ovvero l’esitazione vaccinale dei residenti di queste aree, tanto che meno della metà della popolazione russa si è dichiarata disposta a vaccinarsi. “E i numeri non sono cambiati nemmeno di fronte all’incremento dei casi e dei decessi registrato negli ultimi mesi” scrivono gli autori del report, ricordando che ad oggi la Russia è uno dei paesi che sta pagando il prezzo più elevato in termini di vittime della pandemia. La seconda ragione è invece di tipo pratico, legata a problemi nella produzione del vaccino, che stanno minando anche la cosiddetta diplomazia vaccinale del paese.  

“Diplomazia vaccinale”

Al di là delle questioni etiche e mediche, la vaccinazione contro il COVID-19 è in effetti anche una questione di accordi geopolitici ed economici. Paesi produttori, in particolare Cina e Russia, hanno messo in campo grandi sforzi per far arrivare i propri vaccini anche in altre regioni del mondo, dando il via a quella che viene spesso definita “diplomazia vaccinale”.

Emblematico in questo senso il caso della Cambogia, descritto nel report EIU. Sulla base del proprio livello di sviluppo la Cambogia avrebbe dovuto raggiungere la copertura vaccinale non prima della fine del 2022 ma, a conti fatti, a ottobre 2021 circa l’80% dei cambogiani risultava vaccinato. Merito di tre fattori principali: 1) la scelta del paese di assicurarsi subito dosi di vaccino cinese (grazie alla strategia di diplomazia vaccinale cinese che forniva vaccino ai paesi emergenti) senza affidarsi alla campagna COVAX dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, 2) l’impiego dei militari per supplire alla mancanza di operatori sanitari e far arrivare così la vaccinazione anche nelle aree rurali e 3) il mantenimento di misure di protezione e distanziamento sociale. Una strategia lungimirante che aiuterà il paese a uscire prima dalla pandemia e dalle sue conseguenze anche economiche.

Africa: un continente dimenticato?

Se per risolvere la pandemia serve una vaccinazione che sia “pandemica” ovvero diffusa in tutto il globo, l’esempio dell’Africa non fa certo sperare in una soluzione rapida. Secondo il report EIU, a fine ottobre 2021 meno del 6% della popolazione Africana era vaccinata e in molte nazioni le percentuali si attestano addirittura al di sotto dell’1%. A determinare questo scenario ci sono ragioni ben note. Innanzitutto, la produzione di vaccini a livello globale è continua, ma ancora insufficiente a soddisfare la domanda e inoltre le iniziative di solidarietà per aiutare i paesi più poveri non hanno dato i risultati sperati. Dei quasi 2 miliardi di dosi distribuite a livello globale entro il 2021 secondo le previsioni da COVAX, solo circa 400 milioni sono state effettivamente distribuite e le dosi inviate dai paesi ricchi sono di 10 volte inferiori (43 milioni). Non mancano poi problemi legati alla logistica: manca il personale sanitario e trasporto e conservazione dei vaccini sono estremamente difficoltosi nel continente africano, dove diverse nazioni si sono viste costrette a buttare lotti vaccinali ormai scaduti. Infine, ma certo non meno importante, c’è l’esitazione vaccinale, particolarmente forte in molte nazioni africane soprattutto a causa della disinformazione. Sono molti gli africani che ritengono i vaccini contro il COVID-19 “meno sicuri” di altri vaccini, in Nigeria 8 cittadini su 10 pensano che i pericoli legati alla pandemia siano “gonfiati”, mentre in Burkina Faso la metà della popolazione pensa che gli africani siano visti come “cavie” in questa pandemia. “Le autorità e gli operatori sanitari dovranno affrontare una dura battaglia contro questi problemi di percezione” concludono gli esperti EIU.

Europa a due (o più) velocità

Guardando ai paesi dell’Unione Europea/Area Economica Europea (EU/EEA; 27 paesi dell’Unione ai quali si aggiungono Islanda, Liechtenstein e Norvegia), il 69,5% dei cittadini ha ricevuto almeno una dose di vaccino e il 64,8% ha completato il ciclo vaccinale (in genere con due dosi). In numeri assoluti, queste percentuali si traducono, rispettivamente, in poco meno di 314 milioni e di 294 milioni di persone.

Sono le cifre riportate dagli esperti dello European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC) all’11 novembre 2021 e disponibili online alla pagina COVID-19 Vaccine Tracker.

Sempre secondo questo sistema di tracciamento, delle 807 milioni di dosi distribuite nel vecchio continente, ne sono state somministrate circa 600 milioni, ma se si guarda in dettaglio ai singoli stai si notano differenze piuttosto elevate nei tassi di vaccinazione. E queste differenze si stanno traducendo, come mostra la cronaca di questi giorni, in problemi a livello di diffusione dei contagi, di occupazione degli ospedali e di reintroduzione/introduzione di misure restrittive.

L’Italia, con il 77,9% e il 72,1% della popolazione che ha ricevuto, rispettivamente, una dose o la vaccinazione completa, si colloca tra gli stati Europei più virtuosi, ma non mancano casi di segno opposto come la Bulgaria, dove le percentuali si fermano a 25,2% e 22,7%.

Di fronte a queste differenze, le autorità dei singoli paesi e dell’Unione si stanno muovendo per cercare soluzioni efficaci e tempestive.