COVID-19 – Tutto è lecito per avere un vaccino in tempi brevi?


  • Cristina Ferrario — Agenzia Zoe
  • Sintesi della letteratura
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Messaggi chiave

  • Un recente e provocatorio articolo descrive e sostiene l’utilizzo di studi di challenge, che cioè prevedono l'esposizione al virus dei volontari vaccinati, per accelerare l’approvazione di un vaccino contro SARS-CoV-2.
  • Le critiche a questo tipo di studio sono legate soprattutto agli aspetti etici e ai rischi per la salute cui sono sottoposti i partecipanti volontari.
  • Secondo gli autori, nel contesto dell’attuale pandemia di COVID-19, questo tipo di studio non esporrebbe i partecipanti a rischi particolari e avrebbe vantaggi anche a livello sociale.  

Background

  • L’attuale pandemia di COVID-19 rappresenta una sfida sanitaria enorme a livello globale.
  • In assenza di un vaccino efficace, il numero di decessi potrebbe raggiungere i 20 milioni nel corso dell’anno, pur in presenza di misure di contenimento più o meno restrittive.
  • L’iter standard per l’approvazione di un vaccino prevede tempi lunghi, non inferiori a 1-1,5 anni.
  • Gli studi di challenge potrebbero accelerare tali procedure di approvazione eliminando la necessità di una fase 3 nella quale si segue per un lungo periodo un gruppo numeroso di persone trattate con vaccino o placebo per valutare il rischio di infezione.
  • Lo studio di challenge prevede infatti che le persone sottoposte a vaccinazione con il vaccino oggetto di studio vengano esposte al virus in modo controllato senza attendere l’infezione per vie naturali.
  • Questo tipo di studio è già stato utilizzato in passato (per esempio per colera, malaria e influenza).  

Possibile disegno dello studio

  • Prima di dare il via allo studio di challenge vero e proprio, il vaccino candidato deve superare le tradizionali fasi 1 e 2 nelle quali si valutano sicurezza, immunogenicità e dose ideale.
  • I partecipanti dovrebbero essere individui non precedentemente esposti al virus, a basso rischio di complicanze gravi o decesso da infezione (età compresa tra 20 e 45 anni, senza malattie croniche e altre comorbilità) e ad alto rischio di esposizione naturale al virus (per esempio residenti in aree con elevati tassi di trasmissione).
  • Per evitare di contagiare persone non coinvolte nello studio (per esempio i familiari dei partecipanti) tutti i soggetti reclutati dovranno essere isolati.
  • Il modello di challenge dovrà essere standardizzato e definito attraverso studi preparatori che potrebbero essere iniziati immediatamente e svolti prima che sia disponibile il vaccino candidato.
  • Prima di essere arruolati nello studio tutti i partecipanti (circa 100) dovranno firmare un consenso informato, dimostrando di aver compreso in dettaglio i rischi dello studio.
  • I partecipanti saranno suddivisi in due gruppi per ricevere vaccino o placebo e, dopo un intervallo per permettere la risposta immunitaria al vaccino, verranno esposti a SARS-CoV-2.
  • Seguirà uno stretto monitoraggio clinico per valutare eventuali differenze tra vaccinati e non vaccinati.
  • L’endpoint dovrà essere valutato con attenzione (carica virale, tempo all’insorgenza dei sintomi, numero di infettati, eccetera).
  • È fondamentale che tutte le persone infettate possano ricevere le migliori cure disponibili.
  • Se il vaccino testato si dimostrerà efficace sarà possibile procedere con uno studio controllato con placebo che includa almeno 3.000 soggetti vaccinati per valutazioni di sicurezza sul breve periodo e per ulteriori studi di immunogenicità.
  • Studi successivi permetteranno di valutare gli effetti sul lungo periodo e su specifiche popolazioni.
  • Fonte di finanziamento: National Institute of Allergy and Infectious Diseases; National Institute of General Medical Sciences.

Sicurezza dello studio

  • Una delle maggiori critiche legate agli studi di challenge è relativa al rischio cui vengono esposti i partecipanti.
  • Secondo gli autori del lavoro, la mortalità e la morbilità nette legate alla partecipazione rimarrebbero basse o negative per 6 diverse ragioni:
    • verrebbero reclutati solo soggetti a basso rischio di complicanze e mortalità da COVID-19;
    • il vaccino potrebbe proteggere almeno alcuni dei partecipanti;
    • in assenza di un vaccino, la maggior parte della popolazione verrebbe comunque infettata prima o poi;
    • verrebbero reclutati solo soggetti ad alto rischio di contrarre l’infezione;
    • i partecipanti sarebbero sottoposti a monitoraggio continuo e riceverebbero le migliori cure disponibili;
    • al momento dello studio potrebbero essere disponibili trattamenti che renderebbero ancora più bassi i tassi di morbilità e mortalità dei partecipanti.

Il parere dell’esperto

“Sulla base delle risposte che stiamo ricevendo da diversti stakeholders credo che molti paesi accetteranno la sfida di uno studio di questo genere”. Nir Eyal, direttore del Center for Population-Level Bioethics della Rutgers University di New Brunswick (New Jersey, U.S.A.)