COVID-19 – Risposta immunitaria nel linfoma: il numero di dosi fa la differenza

  • Cristina Ferrario — Agenzia Zoe
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  • In pazienti con linfoma, sono presenti sia risposte umorali che cellulari che aumentano dopo la terza dose di vaccinazione.
  • Alcuni trattamenti possono però ridurre la risposta anticorpale e la durata dell’intervallo tra trattamento antitumorale e vaccinazione resta fondamentale per prevedere la risposta immunitaria.

Secondo uno studio pubblicato su Nature Cancer, la somministrazione della terza dose di vaccino anti-COVID-19 è importante per migliorare la risposta immunitaria dei pazienti con tumori ematologici, e in particolare di quelli con linfomi.

“I pazienti con tumori del sangue sono a rischio maggiore rispetto a quelli con tumori solidi di sviluppare forme gravi di COVID-19 e studi precedenti hanno mostrato una risposta anticorpale bassa o addirittura assente in molti soggetti con tumori linfoidi dopo la vaccinazione” spiegano gli autori, guidati da Sean H. Lim, dell’Università di Southampton (Regno Unito), primo nome dello studio. “Il ruolo delle cellule T antigene-specifiche indotte dal vaccino è stato meno studiato” aggiungono i ricercatori, che hanno portato a termine uno studio multicentrico, prospettico, osservazionale per meglio definire le risposte al vaccino in pazienti con linfoma.

Allo scopo sono stati arruolati 457partecipanti per I quali sono stati analizzate le risposte sierologiche, cellulari e il grado di pseudoneutralizzazione dopo due o tre dosi di vaccino AstraZeneca o Pfizer. “I test di pseudoneutralizzazione quantificano la capacità del siero o del plasma del paziente di inibire l’interazione tra la proteina spike del virus e il recettore solubile ACE2. Questi test sono un utile surrogato della qualità funzionale degli anticorpi prodotti” precisano Lim e colleghi.

Dall’analisi è emerso che oltre la metà dei pazienti (52%) in trattamento attivo non mostrava risposta umorale dopo due dosi di vaccino in caso di vaccinazione entro 24 settimane dalla fine del trattamento. La percentuale scendeva all’8,7% se i pazienti non avevano ricevuto trattamento attivo nelle 24 settimane precedenti la vaccinazione. “La tempistica di trattamento e vaccinazione resta uno dei fattori più importanti nel determinare la risposta” dicono i ricercatori, specificando che la terapia anti-CD20 compromette la risposta anticorpale per almeno 6 mesi dopo il trattamento. “Anche la chemioterapia senza anti-CD20 può compromettere la risposta, ma in misura minore come dimostra il fatto che l’11% dei pazienti sottoposti a chemioterapia aveva livelli non rilevabili di anticorpi contro il 60% di quelli trattati con anti-CD20” aggiungono.

L’importanza della terza dose è sottolineata dal fatto che il 70% dei pazienti con linfoma indolente a cellule B ha migliorato la risposta anticorpale dopo la dose booster. Inoltre, quasi due terzi dei pazienti arruolati nello studio (63%) mostrava risposte a cellule T antigene specifiche, anch’esse aumentate dopo la terza dose.

“Dobbiamo anche sottolineare che dal nostro studio è emerso che gli anticorpi sviluppati dai pazienti hanno la stessa capacità di bloccare il legame tra proteina spike e recettore ACE2 che si osserva nei soggetti sani” evidenziano Lim e colleghi, che poi concludono: “I nostri risultati mettono in luce l’importanza di monitorare in modo attento le risposte anti-COVID di questi pazienti per definire schemi di vaccinazione ottimali”.