COVID-19 – Quando è efficace il remdesivir

  • Elena Riboldi — Agenzia Zoe
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  • Usato in pazienti con COVID-19 non ricoverati ad alto rischio di progressione entro 7 giorni dall’esordio dei sintomi il remdesivir riduce dell’87% il rischio di ricovero e decesso.
  • Il remdesivir condivide con gli anticorpi monoclonali il limite di dover essere somministrato per via endovenosa in ambulatorio, ma ha il vantaggio di essere potenzialmente attivo anche contro le varianti del virus SARS-CoV-2.

 

I risultati dello studio randomizzato PINETREE mostrano che un trattamento di tre giorni con remdesivir riduce dell’87% il rischio di ricovero e decesso in pazienti non ospedalizzati con infezione da SARS-CoV-2 a rischio di decorso grave. I nuovi dati, pubblicati sul New England Journal of Medicine, riportano l’attenzione sugli antivirali, una categoria di farmaci che non può essere trascurata nella spasmodica ricerca di strumenti che ci consentano di affrontare, se non di superare, la pandemia.

Il remdesivir, un analogo dell’adenosina che inibisce la RNA polimerasi virale dipendente da RNA, è stato approvato dall’FDA nell’ottobre del 2020 per pazienti ospedalizzati con COVID-19 severo. Nel trial clinico in cui in risposta all’antivirale è stata osservata una riduzione da 15 a 10 giorni del tempo necessario per un miglioramento clinico è emerso che i benefici sono maggiori quando il trattamento è iniziato in tempi precoci. Altri studi sul remdesivir hanno dato però risultati contrastanti. “Nel trial più recente (DisCoVeRy), che non ha mostrato beneficio clinico del trattamento con remdesivir, il tempo mediano tra l’insorgenza dei sintomi e l’inizio della somministrazione era di 9 giorni, ben oltre il picco di carica virale nella maggior parte dei pazienti – ricordano Emily L. Heil e Shyam Kottilil dell’Università del Maryland nell’editoriale che accompagna il nuovo studio – il che rinforza la teoria che è più probabile che il remdesivir fornisca un beneficio clinicamente significativo prima dell’ospedalizzazione piuttosto che più tardi nel decorso della malattia”. I risultati dello studio PINETREE, sponsorizzato dall’azienda che ha sviluppato il remdesivir (Gilead Sciences), concordano con questa teoria.

Sono stati arruolati 562 pazienti sintomatici da non più di 7 giorni che presentavano almeno un fattore di rischio per malattia grave. I pazienti sono stati randomizzati per ricevere remdesivir (200 mg il giorno 1, 100 mg i giorni 2 e 3) o placebo. L’esito primario, un composito di ricovero per COVID-19 o morte per ogni causa al giorno 28, ha interessato lo 0,7% dei pazienti trattati con remdesivir e il 5,3% dei pazienti che hanno ricevuto il placebo (HR 0,13 [95%CI 0,03-0,59]; P=0,008). La carica virale non era significativamente diversa tra i gruppi. Il tasso di eventi avversi era paragonabile con remdesivir e placebo (42,3% contro 46,3%).

Grazie alla somministrazione precoce, il remdesivir in questo studio si è mostrato altamente efficace, tuttavia bisogna tenere conto di alcuni punti cruciali. Innanzitutto, i partecipanti al trial non erano vaccinati, il che impedisce di trarre conclusioni sui benefici dell’antivirale nella popolazione vaccinata, fortunatamente sempre più numerosa. In secondo luogo, il fatto che remdesivir non abbassi la carica virale, lascia temere che non limiti la trasmissibilità del virus, un aspetto importante quando si parla di farmaci per pazienti non ospedalizzati. Somministrare il farmaco per tre giorni in ambulatorio a un paziente contagioso è un grosso problema che il remdesivir condivide con gli anticorpi monoclonali, rispetto ai quali ha però un vantaggio. “La rapida insorgenza di varianti con mutazioni adattative nella proteina spike può condurre all’evasione da vaccini e anticorpi monoclonali, mentre è probabile che gli agenti antivirali, data l’assenza di variazioni nel loro target virale, mantengano la propria attività, rafforzando il valore degli antivirali come remdesivir nel limitare la pandemia – commentano Heil e Kottilil, che concludono – Se il COVID-19 è qui per restarci, il nostro focus sulla prevenzione con i vaccini rimane una priorità, ma opzioni terapeutiche per tenere fuori dall’ospedale i pazienti vulnerabili sono uno strumento importante nell’armamentario”.