COVID-19 - Prime riflessioni sulle conseguenze psicosociali della pandemia nell'Africa subsahariana francofona

  • 03/04/2020

  • Editoriale
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Introduzione

Un’indagine sulle rappresentazioni della malattia nella popolazione locale è stata avviata con urgenza, ma è stata purtroppo già intralciata dalle misure di coprifuoco o di contenimento. Come interrogare la popolazione in questa situazione? Alcuni ricercatori hanno potuto iniziare, per esempio usando il telefono. Nell'ottica dell'urgenza e nella speranza di poter dare dei risultati interpretabili rapidamente, ecco le prime considerazioni liberamente apportate dai diversi ricercatori. Queste saranno aggiornate ogni settimana.

Osservazione attuali

  1. Il 29 marzo l’epidemia non aveva ancora raggiunto un livello importante sebbene 39 paesi africani siano stati colpiti con un sensibile aumento del numero di casi di giorno in giorno, in relazione all’importante contagiosità del coronavirus. Al 28 marzo sono stati segnalati 150 casi identificati in Costa d’Avorio, 113 casi positivi in Camerun. 3 decessi, 2 guarigioni, 24 casi in Madagascar e 6 in Benin 2 giorni prima. Il 29 marzo il Mali segnala 18 casi di cui 1 decesso (il malato è arrivato morto in ospedale). A parte il Sudafrica, dove l’epidemia ha assunto un certo rilievo, i numero di morti dichiarati sembra piuttosto piccolo (è in relazione alla giovane età della popolazione?). Questi dati si riferiscono unicamente ai casi testati e sono un riflesso indiretto della prevalenza reale.
  2. La stragrande maggioranza se non la totalità dei cittadini è informata (televisione, internet, telefonia mobile).
  3. Panico di una parte della popolazione (voci, social media in subbuglio designano dei colpevoli, essenzialmente le élite, quelli che viaggiano, gli stranieri fino a incitare all’ostracismo…). Per esempio, i social media talvolta veicolano l’idea che dopo la schiavitù, la colonizzazione, si voglia sterminarli con il COVID-19. Si parla di «colonizzazione e coronizzazione» (sic.). Le fake news si moltiplicano; alcune fonti europee vengono rivalutate in Africa quando sono già state smentite in Francia (per esempiola notizia della responsabilità dell’Institut Pasteur nella creazione dell’infezione virale per vendere vaccini). Nel Gabon, l’ipotesi di manipolazioni biologiche è evocata anche in ambienti istruiti. Nel Mali, una diceria afferma che il virus è stato creato per sbaglio o volontariamente in Cina o negli USA nel contesto di tensioni politiche tra questi due Paesi. Questo tipo di opinione è purtroppo classica in situazione di catastrofe annunciata (teoria emblematica del capro espiatorio). In linea generale, specialmente per paura del domani, stanno emergendo forti tensioni sociali già con sporadici episodi di ribellioni e saccheggi che necessitano interventi militari o di polizia più o meno violenti. Il futuro sembra rischioso.
  4. L’organizzazione del contenimento è difficile in numerosi Paesi. Una parte dei Paesi ha deciso presto la chiusura di scuole e università (per esempio a inizio marzo in Senegal). Apparentemente, c'è una relativa accettazione del coprifuoco e del contenimento negli ambienti agiati; un frequente rifiuto negli ambienti popolari in quanto il vivere insieme africano è per loro essenziale. Nelle culture popolari del contatto fisico e dell’oralità, come far rispettare una certa distanza tra le persone, soprattutto quando il rifiuto del contatto è vissuto come un insulto? Quando si mangia nello stesso piatto stretti gli uni contro gli altri? Quando si pensa che l’individuo isolato è in pericolo e che solo il gruppo è salvifico? Ciononostante, bisogna notare che le regioni che avevano conosciuto epidemie che le avevano precedentemente segnate (per esempio il colera) si adattano più facilmente a questo contenimento o al coprifuoco.
  5. Il trasporto pubblico indispensabile per la maggioranza degli africani per tutti gli spostamenti (bus, taxi brousse) pone un reale problema di distanziamento sociale. Mentre ci possono essere divieti assoluti di circolare al di fuori delle città o su determinati arterie principali, i trasporti urbani pongono un problema di incomprensione in relazione alle difficoltà della vita di tutti i giorni (notato dalla maggior parte).
  6. Ritorno al villaggio: fintanto che rimangono possibili, fintanto che le strade sono rimaste aperte, sono state osservate fughe dalle grandi città molto popolate (per esempio ad Abidjan, all’annuncio del contenimento) verso i villaggi di origine (immaginiamo la diffusione potenziale del virus…). Non si tratta semplicemente di una desiderio di natura o di un miglior sostentamento o persino della sopravvivenza, perché il ritorno al villaggio, alla comunità di origine, alla famiglia, è sempre stato importante nella cultura africana quando si pone una problematica esistenziale, personale o di gruppo. La ragione è la possibilità di prendere contatto con gli Anziani, i saggi che orientano le decisioni nella comunità.
  7. Forti credenze per molti africani: il virus fa parte del mondo dell’invisibile… il male, la malattia, la malvagità deve trovare una responsabilità nel mondo del visibile (società, ambiente) ma qualche volta anche nel mondo dell’invisibile (dove si collocano Dio, gli spiriti, gli antenati). Un sistema esplicativo è assolutamente necessario. Questo mondo invisibile è importante nell’immaginario e nei miti. In Mali si dice che è Dio che dona la malattia così come la morte, sapendo che la maggioranza degli imam e dei tradizionalisti rispettano le raccomandazioni officiali. Si nota tuttavia la persistenza di raduni religiosi: cristiani, nelle numerose chiese "rivitaliste", mussulmani (per esempio, nei luoghi sacri dove le fratellanze di marabù officiano, talvolta all'interno di grandi raduni festivi), animisti (celebrazioni rituali, fratellanze di cacciatori Donsow nel Mandé). Da notare un recente video nel quale si vede una cerimonia carismatica dove il celebrante tocca successivamente il viso di tutti i suoi fedeli con lo stesso panno. La cerimonia ha per scopo di scongiurare il male invocando il coronavirus... Nei diversi popoli, le varie cerimonie d’iniziazione o di uscita di maschere non vengono rimandate perché gli antenati sono più importanti della malattia. Ci è stato detto che nella regione del Senufo (Costa d’Avorio) la cerimonia del Poro [una cerimonia legata ai rituali di una società segreta presente in Sierra Leone, Guinea, Gabon e Costa d'Avorio, n.d.r.] è stata rinviata.
  8. Viene citata in tre Paesi la speranza di un farmaco salvavita: l’idrossiclorochina o la clorochina. Questo medicinale ben conosciuto in Africa (antimalarico) diviene qui simbolico e le discussioni scientifiche francesi su questo tema sucitano interrogativi o irritano. Il farmaco è già molto ricercato nelle farmacie con esaurimento delle scorte (fonte: Bamako). I curatori tradizionali offrono già trattamenti naturali (esempio del Gabon).
  9. Rispetto degli Anziani, portatori della parola e maestri delle tradizioni e delle narrazioni. Sono loro che sono minacciati. La loro saggezza resisterà alla paura? La considerazione nei confronti delle persone anziane è reale in certi Paesi, ma gli effetti possono essere opposti. Per esempio, le persone con più di 60 anni sono invitate a non circolare più nel Benin, una buona misura. Ma i funerali non possono essere evitati (per l'importanza del rito di ancestralizzazione, «gli Antenati sono più importanti della malattia»), il che pone un grave problema (assenza di distanziamento sociale, contatti con il morto). La vicinanza sarà sicuramente da evitare nel fine vita o ai funerali; abbiamo visto che non era spesso possibile con l’infezione di Ebola. Da notare che si è potuto decidere che le persone autorizzate a presenziare a una sepoltura possano essere in numero limitato (per esempio 20 in Costa d’Avorio, che è già molto).
  10. Paura sul piano economico in Paesi dove l’economia è costituita principalmente dal lavoro nero o da una fase embrionale di economia liberale o pianificata. Esistono delle divergenze tra i politici che vogliono salvaguardare l’attività economica a tutti i costi e quelli che preferiscono fermare tutto e ricostituire il sistema economico (sic). Alcuni governi (per esempio il Presidente Talon in Benin, nell'intervista a ORTB il 29 marzo) insistono sulla necessità di conservare una vita economica poiché solo gli stati occidentali possono permettersi di mettere l’economia in pausa organizzando un ampio contenimento nell'attesa della fine della crisi. In pratica, quasi ovunque, sono aperti i mercati di villaggio e i grandi mercati delle città, perché sono indispensabili alla vita, alla sopravvivenza della popolazione. In alcuni casi è possibile  applicare senza problemi misure simboliche: qui, prima di entrare in un negozio, e all’uscita, imponiamo di lavarsi le mani, ma fare lo stesso è impossibile nei mercati.

Raccomandazioni:

tutti i partecipanti notano che esistono delle similitudini nella reazione psicosociale delle differenti regioni dell’Africa francofona. Questi stessi determinanti sono stati notati nei Paesi successivamente toccati dalla pandemia, dall’Asia fino all’Europa. Esistono tuttavia delle specificità che bisogna prendere in considerazione.

Ciò che è comune al livello internazionale riguarda la mediatizzazione oggettiva della crisi:

Solo i fatti scientifici dimostrati dovrebbero essere diffusi nella popolazione dai media, il che non è sempre facile in quando si tratta di una malattia virale nuova, le cui conoscenze sono in costante evoluzione, con a volte delle opinioni di esperti divergenti. La moltiplicazione precoce delle informazioni false attraverso i social media, specialmente se trasmessi da gruppi di influenza, necessita con urgenza un piano di comunicazione specifico (di «disintossicazione psicosociale») dalla parte dei media nazionali. Questo richiede l’intervento di esperti scientifici riconosciuti all’interno delle istituzioni universitarie e delle amministrazioni di salute pubblica. Ovviamente è necessario che i media e le reti locali facciano opera di educazione (azioni di contenimento e distanziamento). Si stanno allestendo call center e centri di trattamento specializzati (Senegal). Questo è oggetto di riflessione un po’ ovunque. La trasparenza politica è desiderabile e desiderata dalle popolazioni. C’è stata la tentazione di camuffare l’epidemia per un certo periodo (come sembrano fare l’Egitto e altri Paesi). Rassicurare nella misura del possibile circa i mezzi tecnici attuati per la prevenzione e il trattamento (letti di rianimazione, mascherine, guanti, test diagnostici etc.) è una problematica non specifica dell’Africa. Ma quali soluzioni soddisfacenti nei paesi in via di sviluppo i cui i mezzi finanziari sono limitati? Come orientare e assicurare gli aiuti internazionali in situazioni di crisi mondiale? Come possono agire le ONG presenti?

Azioni più specifiche del gruppo di studio nell'attesa dei risultati:

* un piano di comunicazione e di azione integrante gli aspetti psicosociali africani (ispirandosi ai modelli stranieri specialmente occidentali e asiatici) con una mobilizzazione di tutti i potenziali attori, qualcosa che non era stato fatto per altre epidemie tra cui l’Ebola. Il piano si rivolge a responsabili economici, di tutte le professioni, i responsabili scolastici, universitari, non solo nei settori della salute.

Soprattutto, non si dovranno dimenticare i capi tradizionali quali re, capi di villaggi, gli Anziani dei clan e lignaggi, le associazioni dei guaritori tradizionali, i responsabili religiosi (mussulmani, cristiani, tradizionalisti).

Lo scopo è definire in modo il più consensuale possibile le priorità e in seguito lanciare un piano strategico accettabile per l’insieme della popolazione nella sua diversità: informare, rassicurare, agire a favore dei più deboli. L’attuazione è ovviamente politica. Sappiamo che ci sono diversi modelli per questo tipo di mobilizzazione generale come la conferenza nazionale strategica o la declinazione a tutti i piani di responsabilità, a partire dal comitato nazionale. L’importante è riuscire a tener conto esplicitamente della dimensione culturale specifica di ogni regione.

In questo contesto, definire una strategia specifica di comunicazione e di protezione nei confronti degli Anziani sembra imprescindibile.

Questa deve essere ponderata al più alto livello ed esposta. Alcuni evocano il contenimento selettivo quando è difficile da realizzare globalmente.

Riferimenti:

Partecipanti al gruppo di discussione

 Naby Balde (Guinea), Raphaël Darboux (Benin), Isidore Diomandé (Costa d'Avorio), Gérard Grésenguet (Centrafrica), Karim Koumaré (Mali), Méliane Ndhatz (Costa d'Avorio), Edouard Ngou-Milama (Gabon) , Rivo Andry Rakotoarivelo et Luc Samison (Madagascar), Martin Sanou (Burkina Faso), Ekoe Tetanye (Camerun), Meissa Touré (Senegal).

Osservazioni raccolte da Jacques Barrier (France).

Esperti sollecitati: Hortense Aka, psicologa (Costa d'Avorio), Pierre Boutin, religioso (Francia, Costa d'Avorio), Mr Ekroa, guaritore (Costa d'Avorio), Michel Gakomo, economista (Congo-Brazzaville, Francia), Chantal Gauthier etnologa (Francia, Togo, Camerun), Abe N’Doumy, sociologo (Costa d'Avorio), Kako Nubukpo, economista (Togo), Emmanuel Puga, sociologo (Camerun) e altri in corso.

Sotto l’egida del Conseil scientifique de la CIDMEF : Etienne Lemarié (France) et Yves Tremblay (Canada Québec).

Testo tradotto dal francese e adattato da Alessia De Chiara e Daniela Ovadia.