Covid-19: le nuove varianti faranno squadra?

  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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di Roberta Villa

 

Per il terzo anno consecutivo, con la riapertura delle scuole, assistiamo al ripido risalire del numero dei casi di Covid-19, cui già sta cominciando a seguire la crescita dei ricoveri in area medica e un’inversione della costante tendenza al calo degli ingressi in terapia intensiva che si era osservata nelle scorse settimane.

Non possiamo ancora dire con certezza quanto sarà ampia e pesante in termini di sovraccarico del servizio sanitario la nuova ondata, e nemmeno se sarà guidata da una sola nuova variante come capitato finora. A oggi il coronavirus ha infatti generato via via varianti che, dopo brevi periodi di convivenza, prendevano il sopravvento l’una sull’altra: omicron su delta, e questa su alfa, beta, gamma e soprattutto su D614G, che ha dominato la prima ondata in Europa.

Qualche esperto suggerisce invece che nei prossimi mesi potrebbero forse convivere sottovarianti diverse, tutte provenienti da omicron con un diverso criterio evolutivo.  Mentre inizialmente il vantaggio di una variante sull’altra era dato soprattutto da una maggiore contagiosità intrinseca, via via che nella popolazione globale si riduceva la quota dei totalmente suscettibili - cioè di chi non era mai venuto a contatto con gli antigeni virali, perché né vaccinato né guarito - hanno cominciato a selezionarsi varianti che si affermano più facilmente grazie alla loro capacità di evadere l’immunità diffusa nella popolazione. Così le molte sotto-sottovarianti evolutesi in maniera indipendente a partire da omicron BA.2 o BA.5, quelle che hanno circolato di più, hanno tutte in comune questo: la capacità in diversa misura di sfuggire agli anticorpi preesistenti.

A tutte queste sotto-sottovarianti omicron per il momento non è stato attribuito un nome proprio dall’Organizzazione mondiale della sanità, per cui gli scienziati, allo scopo di semplificare la comunicazione, hanno cominciato a ribattezzare le diverse sigle con nomi mitologici.  Quella di cui si è parlato di più, Centaurus, è già stata soppiantata dalla “figlia” BA.2.75.2, soprannominata Alcione, che sembra in grado di evadere la risposta anticorpale preesistente cinque volte più di BA.5. Preoccupano molto anche BQ.1 e soprattutto la sua derivata BQ.1.1, che sembra raddoppiare ogni settimana in Europa la sua percentuale di infezioni rispetto alle altre: per ora è sotto il 5%, per cui non si può considerare responsabile dell’incremento in atto nel numero dei casi, ma potrebbe presto farsi sentire di più.

Secondo uno studio ancora in preprint, ma che sta suscitando molto interesse tra gli esperti, le sottovarianti BA.2.75.2 e BQ1.1 sarebbero in grado di evadere in vitro tutti gli anticorpi monoclonali e gli antivirali a oggi disponibili, ma anche quelli del plasma convalescente di pazienti guariti da omicron BA.5. La peggiore potrebbe però essere XBB, ricombinante tra Argo e Centauro, che sarebbe ancora più efficace nello sfuggire a tutti gli anticorpi provenienti da infezioni precedenti (e ovviamente alla vaccinazione).

Per ottenere questo risultato, vantaggioso per il virus, molto meno per noi, l’evoluzione delle diverse sottovarianti sembra stia convergendo verso alcune specifiche mutazioni di 5 punti della sequenza virale a livello del sito di legame con il recettore (RBD), già ribattezzate “il pentagono”.

Si tratterebbe davvero stavolta di quell’omoplasia più volte evocata nella primavera-estate del 2020 come sinonimo di adattamento benigno del virus all’uomo, quasi fosse la firma di un patto di non belligeranza. Non è così. L’omoplasia indica la selezione delle medesime mutazioni in linee evolutive che procedono in maniera indipendente tra loro, ma che finiscono per arrivare a mostrare caratteristiche comuni. È sì una forma di adattamento all’ambiente, ma un adattamento a vantaggio del virus, diversamente da ciò che la nostra visione antropocentrica potrebbe far pensare. Le diverse linee evolutive arrivano a selezionare le mutazioni più favorevoli alla sopravvivenza e alla trasmissione perché sono sottoposte agli stessi fattori di pressione evolutiva: nel caso particolare, la crescente immunità della popolazione globale nei confronti delle varianti precedenti, data in parte dalla vaccinazione, ma molto di più dalla continua esposizione al virus circolante.

Non possiamo quantificare quanto, davanti a queste nuove varianti, la seconda linea della risposta cellulare sarà in grado di subentrare in maniera efficiente alla capacità dei nuovi virus di aggirare quella anticorpale, ma si può ipotizzare che dal punto di vista clinico (questi sono solo studi di laboratorio) aver già incontrato il virus o il vaccino conferirà comunque una maggiore protezione almeno nei confronti delle forme più gravi e dei decessi, come si è verificato finora. La campagna vaccinale in corso per la quarta dose, quindi, potrà non essere risolutiva, ma aggiungerà comunque uno strato di protezione in più, almeno ai più fragili.