Covid-19, i medici italiani fotografati dall’indagine Medscape


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Nonostante si siano trovati a gestire, per primi in Europa, una quantità eccessiva di pazienti, spesso in assenza di adeguate protezioni individuali, i medici italiani sono pronti a riprendere a occuparsi dei malati con Covid-19 anche se non glielo chiede il datore di lavoro, secondo quanto rivela la prima indagine Medscape sui medici italiani e la pandemia.

 

Il campione

I dati sono stati raccolti online tra il 18 e il 24 agosto, a distanza di pochi giorni da una analoga indagine che ha coinvolto oltre 7.500 medici di Stati Uniti, Regno Unito, Brasile, Francia, Germania, Messico, Portogallo e Spagna. In Italia hanno risposto 419 medici registrati su Medscape, per due terzi circa uomini e per un terzo donne.

Le specialità più rappresentate nel campione sono medicina di famiglia, terapia intensiva, medicina interna e chirurgia, seguite da anestesiologia, ginecologia, pediatria e psichiatria. La distribuzione per età evidenzia alcuni giovanissimi con meno di 28 anni (2% del campione) e qualche ultrasettantenne (6% del campione), e una decisa prevalenza delle fasce di età mature, con il 57% del campione di età compresa tra 50 e 70 anni, e solo 36% di età compresa tra i 29 e i 49 anni.

 

In persona o a distanza

Il primo dato rilevante, soprattutto nel confronto con gli altri Paesi, riguarda la presa in carico dei pazienti con Covid-19: il 63% dei medici italiani riferisce infatti di aver seguito personalmente almeno un malato, in alcuni casi (9%) a distanza, in video o per telefono. L’uso della telemedicina è il più basso in assoluto, se si usa come confronto il suo utilizzo da parte dei colleghi stranieri partecipanti alla survey internazionale di Medscape, mentre quello delle visite in persona colloca l’Italia a metà classifica, con spagnoli, francesi e inglesi che si sono trovati in prima linea in proporzioni simili.

I medici più giovani hanno più spesso visitato di persona (70%) rispetto agli ultraquarantacinquenni (50%). Questo dato è influenzato anche dalle normative che, nel momento di massima crisi, hanno imposto la gestione remota da parte dei medici del territorio, in particolare quando la disponibilità di adeguati dispositivi di protezione individuale era ancora gravemente carente.

 

I dispositivi di protezione

Prima che mascherine, guanti, tute, visori e gel disinfettante tornassero finalmente a essere reperibili in quantità sufficienti, oltre la metà dei professionisti ha accettato almeno una volta di visitare un paziente malato sapendo di non essere protetto adeguatamente, e il 15% del campione lo ha fatto più e più volte, andando ben oltre il proprio dovere per non abbandonare i malati. Solo in Spagna la percentuale di medici costretta a operare senza adeguate protezioni è stata più alta (67%), mentre in Francia è stata attorno al 45%.

 

Molti volontari

Due terzi circa dei medici che in Italia si sono occupati di Covid-19 lo hanno fatto perché, fin dall’inizio della pandemia, si sono trovati in un contesto che prevedeva un ruolo attivo in un caso simile. Ma tra quelli che hanno iniziato a occuparsene solo in corso di epidemia, sei su dieci (58%) lo hanno fatto per decisione altrui, mentre per gli altri quattro (42%) è stata una scelta volontaria.

Alla domanda se rifarebbe la stessa scelta, il 55% ha confermato che probabilmente o molto probabilmente si comporterebbe nello stesso modo, e solo il 13% ha indicato come improbabile questa opzione. Un terzo dei volontari ha dato una risposta interlocutoria, che può essere interpretata come un segnale della complessità intrinseca di una simile decisione, e della speranza che un così grande sacrificio personale non sia nuovamente necessario.

 

Contagiato uno su dieci

Occuparsi di malati di Covid-19 ha infatti comportato per sei medici su dieci operare in una struttura sovraffollata, esponendosi personalmente a rischi che avrebbero dovuto essere evitati. Ben l’11% del campione intervistato ha contratto l’infezione, ed è particolarmente significativo il fatto che circa il 10% dei medici colpiti non ha avuto la conferma di un test, e si sia dovuto accontentare di una diagnosi basata sui sintomi clinici. Non sorprende il fatto che siano stati proprio i medici del territorio ad avere più difficoltà a ottenere il tampone.

In Stati Uniti, Germania e Portogallo i medici sono stati colpiti in percentuale molto inferiore (5-6%), mentre in Messico, Brasile e Francia la percentuale è stata poco più alta (13-15%). I camici bianchi più contagiati dall’infezione sono stati inglesi e spagnoli, che si sono assestati attorno al 20%. Anche in questi Paesi, una quota delle diagnosi non ha avuto conferma mediante test diagnostico.

 

Terapie e linee guida

In tema di terapie, non stupisce che oltre metà dei medici (54%) riferisca di aver usato tecniche e trattamenti (come l’idrossiclorochina) anche in assenza di dimostrazioni di efficacia: un probabile riflesso del fatto che l’Italia si è trovata per prima a fare i conti con un’infezione nuova, che via via si manifestava con caratteristiche inaspettate. D’altra parte, il 60% dei medici intervistati rivendica di aver seguito le linee guida e le best practice, che nel nostro Paese sono state progressivamente aggiornate, sebbene in alcune fasi vi siano state discrepanze significative tra indicazioni regionali e raccomandazioni nazionali.

 

Il peso psicologico

Anche le famiglie dei medici hanno pagato un prezzo significativo alla pandemia, con un andamento che nei diversi Paesi ricalca, e in alcuni casi amplifica, quello dei contagi tra i professionisti. In questo ambito l’Italia si avvicina ai Paesi più virtuosi (Portogallo, Germania e Stati Uniti), con l’11% dei medici che ha avuto un caso di Covid-19 nel nucleo familiare, rispetto al 15% della Francia, al 18% di Messico e Regno Unito e all’agghiacciante record di Brasile e Spagna, accomunati nell’avere un quarto dei medici con un caso di coronavirus da gestire in casa propria o, in un caso su quattro, ricoverato in ospedale.

Anche i lutti causati da Covid-19 sono stati un’esperienza frequente per i medici italiani che hanno preso parte all’indagine: la metà di loro ha perso un familiare o un amico, e ben due colleghi professionisti sanitari. Molti di loro, per usare le parole di uno degli intervistati, conserveranno per sempre il ricordo “della quantità di persone che sono morte in solitudine, delle telefonate alle famiglie, dei camion dell’esercito usati per trasportare i cadaveri alla cremazione, degli sguardi dei pazienti quando dicevamo loro che avremmo dovuto intubarli”.

Anche la vita domestica ha risentito pesantemente del lockdown e delle misure di distanziamento sociale: quasi la metà dei medici intervistati (per oltre tre quarti convivente con partner e figli) ha patito un aumento dello stress nelle relazioni familiari, e non ha potuto evitare di modificare le proprie abitudini alimentari e il proprio stile di vita.

Un quarto del campione (26%) ha mangiato di più, e una percentuale di poco inferiore (21%) ha ridotto il consumo di alcolici, mentre il 17% ha potuto ridurre l’assunzione di farmaci e stimolanti. Il dato più negativo riguarda l’attività fisica: mentre un quinto dei medici ha approfittato della situazione per incrementarla, oltre due quinti (43%) hanno fatto meno esercizio.

 

Troppo lavoro, meno reddito

Anche la situazione economica di molti medici italiani ha subito cambiamenti: mentre metà circa di chi ha risposto ha mantenuto un reddito stabile, due su dieci lo hanno visto crescere anche del 25% rispetto all’inizio della pandemia, mentre tre su dieci hanno dovuto affrontare una contrazione dei guadagni, in molti casi fino al 50%. La dinamica italiana è molto simile a quella rilevata in Francia, Germania e Spagna, mentre lo scenario peggiore è quello affrontato dai camici bianchi di Stati Uniti, Brasile e Messico, dove oltre la metà dei professionisti ha visto calare il proprio reddito.

L’organizzazione del lavoro è stata riadattata per ridurre il carico burocratico e amministrativo solo per un medico su tre, con sette ospedalieri su dieci che lamentano assenza di reattività delle rispettive amministrazioni. Anche sul fronte dell’organizzazione di attività di supporto per aiutare I professionisti sanitari a superare lo stress e il lutto, spiccano le risposte negative: la metà dei medici non ha avuto nessuna offerta in tal senso; due su 10 non escludono che qualcosa sia stato organizzato ma non è sicuro, e solo tre su 10 in media (con una maggiore presenza di ospedalieri) hanno ricevuto informazioni chiare in materia.

Il calo di reddito per i medici italiani si spiega almeno in parte con la chiusura di molti ambulatori, che hanno riaperto solo in parte. Circa il 60% dei partecipanti all’indagine ha infatti dichiarato che il suo ambulatorio ha riaperto o sta riaprendo, mentre il 2% non ha piani immediati per la riapertura. Per il 37% dei medici, l’attività ambulatoriale non si è mai interrotta.

 

Burnout e nuovi orizzonti

Date le condizioni particolarmente difficili, quasi un medico su due (46%) ha sofferto il fatto di non riuscire a fare adeguatamente il proprio lavoro di medico. E tutti questi fattori hanno contribuito a peggiorare la sensazione di burnout in una quota significativa dei medici italiani che ne erano colpiti, circa uno su due.

Di riflesso, circa quattro medici su dieci stanno valutando l’ipotesi di un cambiamento radicale. Due su 10 potrebbero passare a un diverso contesto lavorativo (ospedale, ambulatorio privato, accademia), uno su 10 dal lavoro dipendente alla libera professione o viceversa, e uno su 10 potrebbe anticipare il pensionamento rispetto alle intenzioni precedenti. Tra le ipotesi considerate c’è anche il cambio di specialità (5%), la ricerca di un lavoro lontano dalla medicina (5%) o comunque non più a contatto con i pazienti (3%).

 

Informazione e politica

Solo metà del campione intervistato pensa che i messaggi diffusi dal governo sulla pandemia siano stati chiari. Anche il giudizio sulla tempestività delle misure di lockdown riflette questa spaccatura: il 54% dei medici non ha nulla da ridire, mentre il 45% avrebbe voluto che arrivassero prima (con un dissonante 1% che giudica che si dovesse aspettare). Maggiore concordanza si osserva riguardo alla riapertura, giunta al momento giusto per oltre due terzi dei medici (68%), mentre il 22% avrebbe preferito aspettare ancora, e il 10% ritiene che dovesse avvenire prima.

 

Uno sguardo al futuro

Per quel che riguarda la prospettiva di avere un vaccino o nuove terapie efficaci, tre medici su cinque pensano che saranno disponibili entro 18 mesi, mentre l’ipotesi che nel frattempo il distanziamento sociale favorisca l’insorgere dell’immunità di comunità senza aumentare troppo la mortalità convince solo su un terzo circa del campione intervistato, con il 40% che si dichiara invece pessimista.

Sulla durata della pandemia da Covid-19 per tre o più anni, i medici italiani si dividono i parti quasi uguali: un terzo lo esclude, un terzo che lo vede come scenario probabile e un terzo non sa cosa pensare.