COVID-19 - Gli USA tradiscono gli operatori sanitari nella catastrofe Coronavirus

  • Eric J. Topol, MD

  • Opinione
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Il 2020 è iniziato con medici, infermieri e tutti gli operatori sanitari statunitensi scoraggiati, in profondo burnout e con i peggiori tassi di depressione clinica e suicidio mai registrati. Di certo non si tratta di una situazione limitata solo agli Stati Uniti; è stata diagnosticata una epidemia globale di burnout. Ma le cose sono destinate a peggiorare in modo considerevole per gli operatori sanitari. A dicembre 2019 si è manifestata a Wuhan, in Cina, un’epidemia di polmonite con molti decessi. Il patogeno responsabile della polmonite è stato sequenziato e identificato come un nuovo coronavirus il 5 gennaio 2020 e ha preso il nome di SARS-CoV-2. Negli Stati Uniti, il primo caso di COVID-19, la malattia causata da SARS-CoV-2, è stato diagnosticato in un paziente di Seattle il 21 gennaio, entro 24 ore dalla prima diagnosi in Corea del Sud, un paese chiave con cui confrontarsi. 

 

La prima fase: diffusione "silenziosa" negli USA

A differenza della Corea del Sud, che ha immediatamente iniziato a testare la popolazione per COVID-19 utilizzando il test dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), gli Stati Uniti si sono rifiutati di utilizzare tale test e hanno optato per lo sviluppo di un proprio test attraverso i Centers for Disease Control and Prevention (CDC). Ma il test dei CDC si è alla fine rivelato inadatto e rappresenta uno dei tanti scivoloni del governo. Senza un test adeguato, sono trascorsi circa 50 giorni dalla prima diagnosi in entrambi i Paesi prima che gli Stati Uniti cominciassero a intensificare i test.

Perché questo fatto è così importante? Nel corso di questa lunga fase, negli Stati Uniti un numero enorme di pazienti si è presentato con polmonite e sintomi respiratori in pronto soccorso, nei centri per le emergenze e negli ambulatori medici. Senza la capacità di diagnosticare COVID-19, o anche di sospettarla, questi pazienti hanno involontariamente diffuso la loro infezione agli operatori sanitari. Inoltre, durante questa prima fase di diffusione, ci sono stati — sebbene non ancora confermati — numerosi (circa il 30%) portatori asintomatici di COVID-19 che hanno ulteriormente amplificato le possibilità che medici e professionisti sanitari contraessero l’infezione. Solo per confronto, nel mese di febbraio la Corea del Sud ha effettuato oltre 75.000 test (rispetto ai soli 352 degli Stati Uniti) e ha adottato tutte le best practice OMS: effettuare test su ampia scala, tracciare tutti i contatti di una persona positiva e sottoporli a test, mettere in quarantena tutti i casi noti e applicare il distanziamento sociale. Gli Stati Uniti non hanno fatto nulla di tutto ciò. Di contro, le autorità hanno continuato a fare scelte sbagliate che hanno messo a rischio la salute pubblica e hanno costretto gli operatori sanitari ad assumersi il peso di prendersi cura del pubblico. Nel frattempo, la Corea del Sud ha superato la sua emergenza ed è diventata un modello a livello globale per come è riuscita a raggiungere questo traguardo. Ma la Corea del Sud non è stata l’unico Paese a reagire bene all’emergenza. Come riportato da Atul Gawande, anche Singapore e Hong Kong hanno adottato tutte le best practice dell’OMS, inclusa la fornitura di dispositivi di protezione agli operatori sanitari. In entrambi i Paesi, è stato richiesto agli operatori sanitari di indossare mascherine chirurgiche in tutte le interazioni con i pazienti. Quella pratica ha fatto presagire la seconda fase di fallimento negli Stati Uniti.

 

La seconda fase: la guerra senza munizioni

Benché il primo cluster di casi si fosse verificato a Seattle, è stato il numero incontrollato di pazienti diagnosticati a New York all’inizio di marzo a portare alla piena consapevolezza di quanto la nazione fosse impreparata in termini di dispositivi di protezione individuale (DPI), letti in reparti di terapia intensiva e ventilatori meccanici. La drammatica e inspiegabile mancanza di mascherine è ben riassunta da Farhad Manjoo in "How the World's Richest Country Ran Out of a 75-Cent Face Mask", e Megan Ranney, medico ed esperta in salute pubblica, e colleghi hanno descritto la grande carenza di DPI e ventilatori in un articolo pubblicato sul New England Journal of Medicine. Si è creata una situazione nella quale gli operatori sanitari non avevano mascherine — o le riutilizzavano per giorni e giorni — e mancavano anche altri dispositivi di protezione. E si sta parlando delle mascherine da 75 centesimi, non delle N95 che sono migliori nel bloccare i droplet degli aerosol. La condivisione delle attrezzature non si verifica solo tra dottori e infermieri, ma si estende anche ai pazienti che in alcune terapie intensive condividono i ventilatori. Per dare qualche numero sui ventilatori, ne servirebbero tra molte centinaia di migliaia e un milione, ma ce ne sono meno di 160.000 nel paese. È già abbastanza brutto che gli Stati Uniti fossero totalmente impreparati a una pandemia e stiano sperimentando una tale inimmaginabile carenza di risorse necessarie. Ma c’è di peggio. Sempre più diffusamente, medici e infermieri vengono bloccati e messi a tacere dagli amministratori per avere espresso il proprio disappunto, e penalizzati o addirittura licenziati quando fanno sentire apertamente la propria voce. Nel frattempo, l’incredibile mancanza di test per COVID-19 è proseguita anche in questa seconda fase. E inoltre, non è iniziata l’esecuzione sistematica di test per i lavoratori, nonostante ve ne fosse un disperato bisogno. 

 

La terza fase: professionisti sanitari si infettano e muoiono

A Wuhan Li Wenliang, un oftalmologo di 33 anni, è stato uno, se non il primo, dei dottori a dare l’allarme in Cina sull’emergenza. È morto il 7 febbraio 2020, ma di certo non è stata la vittima più giovane tra i medici cinesi. Anche Xia Sisi, gastroenterologa di 29 anni, ha perso la vita dopo 35 giorni di ricovero in ospedale. E l’11 marzo, dallo Studio Ovale, il Presidente Trump ancora affermava: "Le persone giovani e sane possono attendersi una guarigione completa e rapida." A fine marzo si erano registrati oltre 54 decessi tra i medici in Italia, e in Lombardia, una delle regioni più colpite al mondo, il 20% del personale sanitario faceva parte dei casi confermati.

Ora, negli Stati Uniti, dal momento che molti professionisti sanitari stanno ricevendo una diagnosi di COVID-19 a Boston, New York e altre città dove c'è un focolaio, i giovani medici fanno testamento e preparano piani per il funerale. Si pensava che COVID-19 non fosse letale per i giovani, ma negli Stati Uniti giovani medici e infermieri stanno morendo. Molte sono le teorie sul perché ciò stia accadendo, forse la migliore è quella che fa riferimento alla carica virale — la quantità di COVID-19. Poiché i professionisti sanitari entrano in contatto con i pazienti più gravi — spesso senza le adeguate protezioni — la grande carica virale potrebbe avere la meglio anche sulla capacità dei giovani medici di generare una risposta immunitaria sufficiente a contrastare l’infezione.

Il fatto che i medici stiano soccombendo al virus va oltre la tragedia, dal momento che molte di queste persone stanno morendo senza ragione, in seguito ai fallimenti legati alla mancanza di test e di DPI. Un prezzo molto maggiore in termini numerici è rappresentato dalla perdita temporanea di medici che si sono infettati e ammalati. Questa è l’altra curva con crescita esponenziale poco riconosciuta: poiché ogni dottore, infermiere, terapista respiratorio, paramedico e persona che si prende cura del paziente si occupa ogni volta di decine o centinaia di pazienti, la perdita anche di uno solo di questi individui genera un drammatico effetto domino sulla carenza di professionisti preparati a prendersi cura di questi pazienti, oltre che dei pazienti non-COVID-19.

Nessuna accelerazione (annunciata) delle lauree in medicina può compensare tali perdite, non solo in termini numerici, ma anche di esperienza. La gestione della pandemia di COVID-19 negli Stati Uniti sarà ricordata come il peggior disastro di sanità pubblica nella storia del Paese. La perdita di vite farà sì che l’11 settembre e molte altre catastrofi sembrino molto più lievi e meno devastanti. Forse ciò che noi membri della comunità medica ricorderemo meglio è come il nostro Paese ci abbia traditi nel momento in cui i nostri sforzi erano più richiesti.

Eric J. Topol, medico, editor-in-chief di Medscape, è uno dei 10 ricercatori più citati in medicina e scrive spesso di tecnologia in ambito di salute, come nel suo ultimo libro “Deep Medicine: How Artificial Intelligence Can Make Healthcare Human Again”.