COVID-19 – Fluvoxamina, un possibile aiuto contro i ricoveri in ospedale

  • Cristina Ferrario — Agenzia Zoe
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  • L’uso di fluvoxamina ha mostrato una elevata probabilità di essere associato alla riduzione dei ricoveri ospedalieri da COVID-19.
  • Servono ulteriori studi per definire gli schemi di somministrazione e l’impatto in soggetti vaccinati.
  • Nel frattempo, il farmaco potrebbe essere utile soprattutto nel caso di limitata disponibilità di risorse.

Secondo i risultati di uno studio recentemente pubblicato su JAMA Network, la probabilità di un’associazione tra utilizzo di fluvoxamina e riduzione dei ricoveri ospedalieri da COVID-19 arriva fino al 98,6%, e quella di un’associazione moderata fino al 91,8%. “Sin dall’inizio della pandemia, una delle priorità della comunità scientifica è stata la ricerca di terapie che potessero aiutare i pazienti non ricoverati in ospedale” esordiscono gli autori guidati da Todd C. Lee, del McGill University Health Centre di Montréal (Canada), ricordando che in molte aree del mondo l’accesso alle terapie considerate state-of-the-art, come antivirali e anticorpi monoclonali, non è affatto semplice. “In questo contesto il riposizionamento di farmaci già esistenti rappresenta un’opzione interessante” aggiungono gli autori. “L’idrossiclorochina, uno dei farmaci testati in questo senso, non si è dimostrato efficace e i risultati di studi condotti su altri farmaci sono spesso contraddittori” precisano.

Nella loro analisi, Lee e colleghi hanno analizzato in dettaglio i dati di tre studi (2.169 pazienti) sull’uso di un altro farmaco, l’inibitore selettivo della ricaptazione della serotonina (SSRI) fluvoxamina, che aveva mostrato risultati promettenti in alcune ricerche e che oggi presenta una risorsa altamente disponibile e decisamente poco costosa.

I diversi strumenti statistici e i diversi scenari ipotizzati hanno mostrato, in linea generale, una elevata probabilità di associazione tra uso di fluvoxamina e una riduzione dei ricoveri in ospedale nei pazienti con COVID-19: dal 94,1% al 98,6% per la probabilità di una qualunque associazione e dall’81,6% al 91,8% per la probabilità di un’associazione moderata.

“Servono ulteriori studi per stabilire le dosi ottimali di fluvoxamina, per valutarne l’efficacia nei pazienti vaccinati e per testare eventualmente anche altri SSRI come la fluoxetina” dicono gli autori che poi concludono: “Nel frattempo il farmaco potrebbe essere utilizzato per prevenire i ricoveri in contesti con scarsa disponibilità di risorse o per i soggetti che, per diverse ragioni, non hanno accesso a terapie antivirali mirate o ad anticorpi monoclonali”.