COVID-19 – Alcune sequele neuropsichiatriche passano, altre restano

  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
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di Alessia De Chiara

 

Messaggi chiave

  • Le sequele neurologiche e psichiatriche del COVID-19 nei 2 anni dopo l’infezione seguono traiettorie di rischio differenti.
  • Il rischio di disturbo d’ansia o dell’umore diminuisce in poco tempo tra gli adulti, che mantengono un rischio elevato di deficit cognitivo e altri esiti, mentre è assente tra i bambini, che però restano a rischio di epilessia o convulsioni.

Mentre alcune sequele neuropsichiatriche del COVID-19, come disturbo dell’umore e d’ansia, si risolvono nel giro di pochi mesi tra gli adulti, il rischio di incorrere in deficit cognitivo, demenza, disturbo psicotico, epilessia o convulsioni resta alto nei 2 anni seguenti. È quanto emerge da uno studio pubblicato su Lancet Psychiatry che mostra anche che i bambini hanno un profilo di rischio psichiatrico complessivo migliore di adulti e anziani, sebbene preoccupi il fatto che presentino un rischio elevato di epilessia e convulsioni. Gli autori mettono in guardia: poiché gli esiti neurologici e psichiatrici osservati nelle ondate causate dalle varianti omicron e delta erano simili, è possibile che il burden neuropsichiatrico che preme sui sistemi sanitari continui anche con varianti meno pericolose per quanto riguarda altri aspetti della malattia. È necessario migliorare i servizi per la gestione e la diagnosi delle sequele e capirne i meccanismi alla base.

In particolare, utilizzando database di TriNetX i ricercatori hanno creato due coorti, una di oltre 1,2 milioni di persone che hanno contratto il COVID-19 tra gennaio 2020 e aprile 2022 e una seconda formata da un egual numero di pazienti con altre infezioni respiratorie, entrambe stratificate per fascia d’età (<18, 18-64, ≥65 anni) e abbinate tra loro in base a numerose covariate. Molti sono i dati descritti, alcuni dei quali però vanno interpretati con cautela come sottolineato anche in un editoriale correlato.

È emerso che i rischi di 14 esiti neurologici e psichiatrici dopo il COVID-19 seguivano diverse traiettorie. I pazienti che avevano contratto il SARS-CoV-2 presentavano a 6 mesi un rischio maggiore di una prima diagnosi neurologica o psichiatrica e di disturbo d’ansia, dell’umore, psicotico, insonnia, deficit cognitivo, demenza, epilessia o convulsioni, ictus ischemico, emorragia intracranica e malattia della giunzione mioneurale o muscolare, ma non di encefalite, sindrome di Guillain-Barré e parkinsonismo, e un rischio minore di disturbo dei nervi, delle radici nervose e dei plessi.

Mentre il rischio di deficit cognitivo (nebbia cognitiva), demenza, disturbo psicotico, epilessia o convulsioni restava elevato per 2 anni dopo l’infezione, quello di disturbo dell’umore e d’ansia diminuiva dopo 1-2 mesi.

Nei bambini la situazione appariva diversa: non avevano un aumento di rischio di disturbo dell’umore e d’ansia neanche nei primi 6 mesi dall’infezione da SARS-CoV-2 e il rischio di deficit cognitivo era temporaneo. Condividevano però con gli adulti il rischio di diverse altre diagnosi e in particolare di epilessia e convulsioni.

È stato poi notato che, a seguito di diagnosi neurologiche o psichiatriche, una percentuale considerevole di anziani in entrambe le coorti andava incontro a morte. Infine, subito dopo l’emergenza da variante delta, rispetto al periodo precedente, c’era un rischio maggiore di ictus ischemico, epilessia o convulsioni, deficit cognitivo, insonnia e disturbo d’ansia, aggravato da un tasso di morte più elevato. Con omicron invece quest’ultimo era più basso dopo l’emergenza rispetto a prima, ma i pazienti continuavano ad avere rischi elevati di esiti neurologici e psichiatrici.

“Questi risultati sono rilevanti per i responsabili politici impegnati ad anticipare e affrontare il burden sanitario della pandemia, per i ricercatori che cercano di identificare i meccanismi alla base delle sequele cerebrali del COVID-19 e per i pazienti e i medici che desiderano conoscere i rischi neurologici e psichiatrici a seguito dell’infezione da SARS-CoV-2” conclude lo studio.