COVID-19: aggiornamento della settimana 9-5

  • Roberta Villa — Agenzia Zoe
  • Notizie dalla letteratura
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  • Mentre l’Organizzazione mondiale della sanità dichiara che, sulla base dell’eccesso di mortalità, le vittime di covid-19 nel mondo potrebbero aver raggiunto i 15 milioni, in Italia questa settimana i principali indicatori della pandemia sono tutti il calo. L’incidenza, secondo i dati aggregati del Ministero della salute, cala da 699 a 559 casi per 100.000 abitanti. Scendono anche dal 16 al 15% il tasso di occupazione delle aree mediche e dal 4,4 al 3,9% quello delle terapie intensive. Leggermente controcorrente l’Rt medio calcolato sui casi sintomatici, che da 0,93 va a 0,96, restando comunque al di sotto della soglia epidemica (WHO, Ministero della salute).
  • Da agosto 2021 a oggi sono circa 400.000 le persone che in Italia si sono infettate due o più volte, con una frequenza in netta crescita da quando circola la variante omicron, più capace di sfuggire alla protezione fornita dagli anticorpi, soprattutto dopo sette mesi dalla prima infezione e in chi non è vaccinato, o ha avuto l’ultima dose da più di 4 mesi. Vanno più spesso incontro a un secondo o terzo episodio infettivo soprattutto le donne, gli operatori sanitari e i giovani. Il tasso di reinfezioni è stimato oggi intorno al 5%, ma si teme che il fenomeno possa andare incontro a un ulteriore incremento con l’introduzione nel nostro Paese delle varianti BA.4 e BA.5, che sembrano in grado di colpire anche chi ha appena superato un’altra infezione da omicron (Istituto Superiore di Sanità, Xie).
  • Un’indagine condotta nel Regno Unito si è soffermata sulla rapidità con cui a cavallo del 2021 e 2022 la variante omicron ha soppiantato la delta, precedentemente dominante. Dopo una prima fase, all’inizio di dicembre, in cui il tempo di raddoppio dei casi omicron era di un solo giorno e mezzo, tra il 14 e il 15 di dicembre il tasso di sostituzione, e quindi il vantaggio competitivo di omicron su delta, si è improvvisamente dimezzato. Secondo gli autori della UK Health Security Agency questo cambiamento non può essere attribuito solo alla maggiore capacità di omicron di evadere la protezione anticorpale, ma la sua causa dovrebbe essere cercata anche in eventuali cambiamenti nel comportamento delle persone, sollecitati da messaggi da parte dei media o da politiche di sanità pubblica. In particolare, il 10 di dicembre il governo britannico introdusse il cosiddetto “piano B”, che prevedeva tra l’altro l’obbligo di mascherine sui mezzi pubblici e nei luoghi chiusi. Nei giorni successivi erano seguiti altri provvedimenti per favorire il lavoro ad casa e la necessità di green pass per i raduni con molte persone. L’allerta prodotta da media e sanità pubblica portò prima di Natale a un notevole calo degli spostamenti e dei contatti, a cui si potrebbe far risalire il brusco rallentamento dell’avanzata di omicron (Paton).
  • Un grosso studio ancora in preprint per il gruppo Nature mette in dubbio l’assunto che la variante omicron sia intrinsecamente meno grave delle precedenti. Su un database comprendente oltre 130.000 contagiati nel Massachusetts i ricercatori di Harvard hanno infatti dimostrato che la differenza nella severità delle manifestazioni cliniche, nel rischio di ricovero e nella letalità sparisce se si considerano lo stato vaccinale e altri possibili fattori confondenti (Strasser).
  • Per quanto riguarda il rischio che le persone guarite da covid-19 possano avere ancora disturbi a 4 -8 settimane dalla negativizzazione del tampone, l’Office for National Statistics britannico ha calcolato che non c’erano grosse differenze in questo senso tra l’infezione da delta o da omicron BA.1 in persone pienamente vaccinate, mentre il rischio aumenta di oltre il 20% anche in questa popolazione quando l’infezione è dovuta a omicron BA.2 (ONS).
  • La frequenza di sequele a lungo termine dell’infezione, anche paucisintomatica, intanto, si rivela sempre più preoccupante: una revisione sistematica con metanalisi guidata da Francesco Di Gennaro dell’Università Aldo Moro di Bari su oltre 120.000 pazienti studiati in quasi 200 paper ha stimato che circa il 57% dei guariti presenta almeno un sintomo di long covid, con una prevalenza di quelli generali (per esempio, fatigue), che superano il 30% dei casi, rispetto a quelli specifici (per esempio gastroenterici, al 7,7%) (Di Gennaro).