COVID-19: aggiornamento della settimana 8-11

  • Roberta Villa — Agenzia Zoe
  • Notizie dalla letteratura
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  • È ormai confermata l’importante inversione di tendenza nell’andamento dei contagi in Italia, con l’incidenza che a livello nazionale ha superato la soglia dei 50 casi per 100.000 abitanti. Sopra la soglia epidemica è anche l’Rt calcolato sui casi sintomatici, che raggiunge 1,15 (range 0,93 – 1,28). Salgono anche i tassi di occupazione delle terapie intensive, da 3,8% a 4,2%, mentre quello delle aree mediche passa dal 4,5% al 5,2% (Ministero della Salute).
  • La campagna vaccinale sembra invece avere ormai raggiunto un limite: la percentuale di cittadini oltre i 12 anni di età coperto con almeno una dose è infatti passato in questa settimana solo dall’86,33% all’86,53%. Sono comunque 45 milioni, pari al 76,3% di tutta la popolazione, gli italiani completamente vaccinati. Procede spedita invece la campagna per le dosi addizionali agli immunodepressi e per i richiami, che in totale hanno superato i due milioni di dosi somministrate (Ministero della Salute).
  • Dopo il via libera dell’agenzia regolatoria britannica MHRA, l’antivirale molnupiravir di Merck è il primo farmaco orale autorizzato da un governo, quello del Regno Unito, appunto, per il trattamento precoce dell’infezione da SARS-CoV-2. Intanto è anche partito uno studio internazionale di fase 3 per verificarne l’efficacia come profilassi post esposizione in pazienti fragili non vaccinati conviventi con soggetti risultati positivi al test (Merck).
  • Pfizer, da parte sua, ha annunciato di aver interrotto per superiorità del trattamento il suo trial su PF-07321332/ritonavir, farmaco per cui sarà richiesta l’immissione in commercio col nome di Paxlovid. Secondo il comunicato dell’azienda, che tuttavia non ha ancora pubblicato i suoi dati, l’associazione del nuovo inibitore della proteasi con l’antivirale con ritonavir, nato come anti HIV, sarebbe in grado di ridurre dell’89% il rischio di ricovero e decesso in soggetti ad alto rischio, se somministrata entro tre giorni dall'inizio dei sintomi. Ritonavir era stato sperimentato contro SARS-CoV-2, purtroppo senza successo, nelle prime fasi della pandemia, mentre in questo caso serve soprattutto ad aumentare l’emivita della nuova molecola inibendo il citocromo P-450 epatico. Si stima che il costo completo del trattamento sarebbe sui 700-800 dollari (Pfizer).
  • Fallito invece, almeno per ora, il tentativo di trattare pazienti adulti giovani e sani, ma sintomatici, con uno steroide (ciclesonide) per via intranasale o inalatoria: in entrambi i casi l’esito primario di risoluzione dei sintomi a sette giorni non è cambiato in maniera significativa tra i pazienti che hanno ricevuto il farmaco e quelli a cui era stato assegnato un placebo (Ezer 2021).
  • È stata presentata su Science un’altra molecola con proprietà antivirali efficace in virus contro diversi tipi di coronavirus umani, che ha superato i primi test di sicurezza su modelli preclinici e la fase I della sperimentazione su volontari sani (Owen 2021).
  • Un po’ meno avanzata nella sperimentazione, dal momento che per ora ne sono pubblicati solo i dati sugli animali, è la formulazione per via orale di remdesivir, il primo antivirale autorizzato contro covid-19, che attualmente è disponibile solo per via endovenosa: nei furetti, il profarmaco è stato efficacemente convertito nella molecola attiva, ha abbassato la carica virale a livelli non rilevabili, bloccando la replicazione virale e la trasmissione agli animali non trattati (Cox 2021).
  • Continuano poi a uscire moltissimi studi che indagano l’andamento nel tempo dell’immunità contro SARS-CoV-2, e in particolare contro la sua variante delta, ottenuta tramite incontro con il virus o con il vaccino, e nel confronto tra i vari prodotti disponibili. Una lettera a JAMA descrive la durata di alti livelli anticorpali in 3.500 operatori sanitari del Johns Hopkins Health System, confermando che quelli vaccinati con due dosi di vaccino a mRNA dopo essere venuti a contatto con il virus hanno livelli di anticorpi molto più alti e duraturi di quelli vaccinati senza essersi mai infettati prima, soprattutto se la vaccinazione era avvenuta dopo tre mesi dalla guarigione (Zhong 2021).
  • Uno studio osservazionale condotto in Qatar su oltre un milione e mezzo di persone conferma lo stesso dato sul fronte epidemiologico: i partecipanti esposti al virus nei mesi precedenti la vaccinazione hanno un rischio di reinfettarsi molto inferiore rispetto a chi ha ricevuto solo due dosi di vaccino Pfizer o Moderna (Abu-Raddad 2021).
  • Nonostante la sostituzione del ceppo precedente con la variante delta e il calo della protezione conferita dai vaccini nel tempo, la loro efficacia, seppure ridotta al 50-60%, si mantiene: in Inghilterra, dove sono state tolte tutte le misure di distanziamento, lo studio REACT-1 ha dimostrato che le persone non vaccinate hanno un rischio triplo di infettarsi rispetto a quelle vaccinate (Elliott 2021).
  • Molto diverso tra vaccinati e non vaccinati, come già ribadito da tutti i dati finora disponibili, anche il rischio di ricovero e decesso. Un’analisi caso-controllo condotta negli Stati Uniti ha dimostrato come, anche in caso di reinfezione, la probabilità per un vaccinato di finire in ospedale per covid-19, dover essere ventilato o morire è molto più bassa, con una differenza che si attenua tra persone immunodepresse e dopo 4 mesi dalla vaccinazione (Tenforde 2021).
  • Si conferma anche la gravità della malattia nelle categorie a rischio. Lo studio retrospettivo multicentrico su registri internazionali OnCovid, a cui hanno partecipato anche ricercatori italiani, mostra che le sequele di Covid-19 successive alla guarigione hanno influito fino al 15% dei casi sugli oltre 2.600 pazienti oncologici inclusi nello studio, interferendo con le cure e aumentandone in maniera significativa la mortalità (Pinato 2021).
  • Anche i dati raccolti dal registro della COVID-19 Global Rheumatology Alliance confermano la correlazione tra una serie di fattori (età, sesso, comorbidità, dosi di steroidi assunti quotidianamente, ecc) con esiti più gravi dell’infezione da SARS-CoV-2 nei pazienti con vasculite sistemica primaria o polimialgia reumatica, che richiamano la necessità di proteggerli in maniera particolare dal contagio (Sattui 2021).