COVID-19: aggiornamento della settimana 4/4

  • Roberta Villa — Agenzia Zoe
  • Notizie dalla letteratura
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  • L’incidenza di covid-19 sembra essersi stabilizzata in Italia a 836 casi per 100.000 abitanti, secondo i dati aggregati del Ministero della salute. L’Rt medio calcolato sui casi sintomatici tuttavia è ancora in crescita, a 1,24, con anche i limiti inferiori al di sopra di 1. Continua ad aumentare anche il tasso di occupazione dei posti letto in area medica, dal 13,8 al 15% e torna leggermente a risalire quello delle terapie intensive, dal 4,8 al 5,1% (Ministero della salute, Istituto superiore di sanità).
  • Due studi pubblicati la scorsa settimana, condotti rispettivamente in Israele e negli Stati Uniti, confermano il vantaggio che un richiamo col vaccino di Pfizer conferisce anche a chi ha già contratto l’infezione, non solo nel ridurre momentaneamente il rischio di reinfezione, ma a prolungare la protezione per un anno. Un’analisi di popolazione condotta sui dati di milioni di svedesi ha inoltre dimostrato che l’immunità acquisita da chi ha superato una prima volta la malattia riduce per 20 mesi il rischio di reinfezione e ricovero, ma l’aggiunta di un richiamo permette di prolungare ulteriormente fino a 9 mesi in più la protezione. Infine un quarto studio, effettuato in Brasile con 4 diversi tipi di vaccini (oltre a Pfizer, Astrazeneca, Janssen e il cinese Sinovac), ha dimostrato che un intero ciclo di ciascuno di questi riduce in maniera significativa il rischio di malattia sintomatica e di forme gravi. (Hammerman, Hall, Nordström , Cerqueira-Silva).
  • Sebbene entrambi producano un’ottima protezione dalla malattia, sono emerse differenze nel tipo di risposta immunitaria indotta dal vaccino di Pfizer e da quello di Moderna, che potrebbe forse spiegarne la maggiore efficacia. Secondo il lavoro pubblicato su Science Translational Medicine da un gruppo di ricercatori statunitensi, infatti, la vaccinazione con Moderna indurrebbe una maggiore concentrazione di anticorpi IgA specifiche nei confronti del dominio di legame col recettore (RBD) e dell’estremità N della proteina spike (Kaplonek).
  • Ai dati relativi alle conseguenze neurologiche e cardiovascolari dell’infezione da SARS-CoV-2 di cui abbiamo parlato nelle scorse settimane si aggiungono nuove preoccupanti conclusioni che riguardano anche casi lievi di malattia. In una coorte di oltre 180.000 partecipanti dello US Department of Veteran Affairs guariti da covid-19, si è osservato, nella fase post acuta, un incremento del 40% nell’incidenza di diabete rispetto a due coorti di oltre 4 milioni di individui ciascuna reclutate rispettivamente nello stesso periodo pandemico e prima della comparsa del virus (Xie).
  • Le complicazioni a medio e lungo termine purtroppo riguardano anche i bambini. Il più grande studio finora condotto sulle conseguenze dell’infezione da omicron BA.2 in bambini non vaccinati che non erano mai venuti a contatto con il virus è stato condotto a Hong Kong ed è per ora disponibile tra i preprint di Lancet. I ricercatori hanno confrontato gli esiti gravi di quest’ultima ondata con quelli delle precedenti da covid-19, ma anche rispetto a influenza e sindromi parainfluenzali nei bambini sotto gli 11 anni. Contrariamente a quanto osservato altrove, la ricerca ha trovato una maggiore letalità, una maggiore incidenza di ricoveri in terapia intensiva, complicazioni neurologiche (soprattutto convulsioni) e croup rispetto alle altre varianti e all’influenza (Tso).
  • Uno studio analogo, ma con risultati diversi, è stato condotto negli Stati Uniti sui minori di 5 anni, non vaccinati, prima e dopo l’arrivo della variante omicron. In una lettera inviata a JAMA Pediatrics è stata riportata l’osservazione di tre coorti, per un totale di oltre 650.000 bambini, che mostra la correlazione tra l’arrivo della variante omicron e un’impennata di 6-8 volte nell’incidenza di infezione, maggiore tra i più piccoli (0-2 anni) che tra i più grandicelli (2-4). Il rischio di accessi in pronto soccorso, ricoveri in ospedale e in terapia intensiva, ventilazione meccanica è però risultato sempre inferiore con omicron che con delta (Wang).
  • Sul fronte delle cure, un trial randomizzato e controllato in doppio cieco condotto su 12 ambulatori di sanità pubblica brasiliani, coinvolgendo più di 3.500 pazienti risultati positivi per SARS-CoV-2, ha emesso un’ulteriore bocciatura nei confronti dell’ivermectina come possibile trattamento precoce dell’infezione. La sua somministrazione non è infatti stata associata a un minor tasso di accesso né a un maggior tempo di osservazione in pronto soccorso (Reis).
  • Sembra invece una riabilitazione del plasma iperimmune l’altro articolo pubblicato contemporaneamente a questo sul New England Journal of Medicine, che però si riferisce all’uso di questo trattamento nelle fasi precoci dell’infezione, non per chi già si trova in ospedale come si era fatto in diversi tentativi, rivelatisi fallimentari, all’inizio della pandemia. Un trial condotto somministrando nei primi 9 giorni dalla positività plasma comune o da convalescente a più di 1.000 pazienti adulti, senza particolari fattori di rischio, in 23 siti degli Stati Uniti, ha infatti dimezzato il rischio di peggioramento tale da portare al ricovero, con un effetto sovrapponibile a quello delle infusioni di anticorpi monoclonali. Il vantaggio però si è  potuto osservare solo nei soggetti non vaccinati, perché nessuno di quelli che avevano già concluso il ciclo vaccinale ha dovuto ricorrere all’ospedale (Sullivan).