COVID-19: aggiornamento della settimana 30-5

  • Roberta Villa — Agenzia Zoe
  • Notizie dalla letteratura
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  • Calano ancora tutte le curve indicatrici dell’andamento della pandemia da covid-19 in Italia, con un’incidenza media di nuovi casi, secondo i più recenti dati aggregati del Ministero della salute, di

261 casi su 100.000 abitanti. L'Rt passa da 0,89 a 0,86. Il tasso di occupazione dei posti letto in area medica va dall’11,6 al 9,7% e quello delle terapie intensive dal 3,6 al 3,1%. (Ministero della salute).

  • Su Science è stato descritto un modello statistico-matematico detto PyR0 che, dall’analisi di tutti i genomi virali sequenziati e depositati a oggi nelle banche dati pubbliche, si è dimostrato in grado di stabilire la prevalenza relativa delle diverse varianti nelle diverse aree geografiche, individuare quali stanno prendendo il sopravvento sulle altre e identificare specifiche mutazioni capaci di aumentare la fitness del virus, alcune già note, altre no, presenti non solo sulla spike, ma anche nel nucleocapside e a livello di proteine non strutturali. Lo strumento potrebbe quindi essere utilissimo per la sorveglianza che si dovrà continuare a mantenere sull’evoluzione di SARS-CoV-2 (Obermeyer).
  • Una delle domande ancora irrisolte, e che potrebbe essere fondamentale in questa fase, è l’individuazione di un correlato immunologico di protezione, cioè di un surrogato da cui poter dedurre che un individuo è protetto contro il virus, varianti comprese. Ricercatori pubblici britannici e statunitensi hanno quindi cercato di stabilire la predittività dei test sierologici rispetto alla capacità neutralizzante degli anticorpi, misurando i livelli anticorpali in un centinaio di pazienti con infezione da SARS-CoV-2 con 10 diversi tipi di test sierologici ad alto rendimento e con prove di neutralizzazione funzionale. La sensibilità dei test sierologici in commercio si conferma molto variabile, anche nella rapidità con cui si perde nel tempo: la misurazione quantitativa del test basati sulla proteina spike sono più predittivi della capacità neutralizzante rispetto a quelli basati sul nucleocapside, ma con una performance comunque variabile, per cui anche la soglia di positività indicata dai produttori non sempre corrisponde alla presenza di un’attività neutralizzante. Tra i kit che invece mantengono una buona correlazione con la capacità neutralizzante, anche nei confronti delle varianti di preoccupazione fino a delta, gli autori indicano quelli di DiaSorin, Abbott IgGII Quant, Siemens sCOVG, Euroimmun e cPass (Muecksch).
  • Un altro punto aperto è quanto i trattamenti con anticorpi monoclonali, soprattutto in monoterapia, possono aver favorito in passato e favorire oggi l’insorgenza di nuove varianti. In una lettera inviata a Lancet Microbe, un gruppo di virologi francesi ha riferito di aver trovato mutazioni della spike nelle posizioni 340 e 337 nello 0,13% dei quasi 19.000 genomi di omicron BA.1 e nello 0,02% di oltre 4.000 omicron BA.2 sequenziati nel Centro nazionale di riferimento francese per i virus respiratori agli Ospedali civili di Lione. Queste mutazioni, segnalate in passato in pazienti immunocompromessi trattati con sotrovimab, sono quindi molto rare nella popolazione generale. Anche tra i 18 individui in cui sono state trovate dai ricercatori francesi, per gli 8 di cui erano disponibili i casi clinici si trattava di pazienti immunocompromessi trattati con sotrovimab. Per 6 di questi è stato possibile dimostrare che il virus non era mutato prima del trattamento e per tutti, tranne uno, che l’escrezione del virus si è prolungata per oltre un mese (Destras).
  • Un’analisi del database del Ministero della salute israeliano ha permesso di esaminare le differenze di durata della protezione dalle reinfezioni tra chi è guarito o ha ricevuto due dosi di vaccino, dimostrando che in entrambi i casi questa cala nel tempo, ma in maniera diversa: il numero di casi per 100.000 giorni-persone a rischio è passato da 10,5 tra i non vaccinati guariti da 4-6 mesi a 30,2 tra chi aveva superato la malattia da un anno o più; tra chi ha fatto una sola dose dopo l’infezione si è passati dal 3,7 iniziale a 11,6 dopo sei mesi; ; tra i vaccinati con due dosi che non avevano mai incontrato il virus, invece, questo tasso aggiustato è cresciuti da 21 nei primi due mesi dalla seconda dose a quasi 90 dopo sei mesi. Per questo è ormai riconosciuto che la terza dose è parte integrante del ciclo vaccinale, mentre un altro studio, sempre da Israele, ma pubblicato su BMJ, ribadisce come la quarta aumenti ulteriormente la protezione, seppure purtroppo per un tempo ancora più breve (Goldberg, Gazit).
  • Deriva invece dall’enorme database sanitario dell’ US Department of Veterans Affairs la doccia fredda sulla speranza che la vaccinazione proteggesse in maniera significativa anche da long covid. Su quasi 34.000 individui con “breakthrough infection” (BTI), cioè infettati nonostante la vaccinazione, i ricercatori hanno dimostrato che dopo un mese dall’infezione la mortalità e l’incidenza di nuovi sintomi post- acuti erano rispettivamente del 75% e del 50% superiore a quella della popolazione generale non contagiata. Rispetto a più di 100.000 soggetti non vaccinati contagiati, invece, il campione contagiato nonostante il vaccino aveva un rischio inferiore di un terzo di morire di covid, ma solo del 15% inferiore di sviluppare disturbi successivi, dimostrando che la vaccinazione da sola non basta a mitigare le conseguenze della pandemia (Al-Aly).