COVID-19: aggiornamento della settimana 29-8

  • Roberta Villa — Agenzia Zoe
  • Notizie dalla letteratura
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  • Il trend in discesa dell’incidenza, che aveva frenato dopo la settimana di Ferragosto, dai dati aggregati più recenti raccolti dal Ministero della Salute risulta in lieve ripresa, passando dai 260 casi per 100.000 abitanti della settimana precedente ai 277 del periodo 19-25 agosto. Aumenta di poco anche il tasso di positività, che oscilla intorno al 15%. Continua però leggermente a scendere, da 0,77 a 0,74, l’Rt medio calcolato sui casi sintomatici così come i tassi di occupazione dei letti ospedalieri per covid-19, dall’11,8% al 10,2% in area medica e dal 3,2% al 2,8% in terapia intensiva (Ministero della salute). Prosegue anche il calo dei decessi settimanali (647), il cui numero è sceso del 4,4% rispetto alla settimana precedente (Lab24 Sole 24 Ore).
  • Una revisione sistematica con metanalisi di oltre 140 lavori conferma che il tempo di incubazione della malattia varia in relazione alle diverse varianti che si sono affermate nel tempo. Mentre con alfa era in media di 5 giorni, in caso di contagio con una variante omicron il tempo di incubazione scende sotto i due giorni e mezzo, ma può allungarsi fino a una settimana negli anziani e nei bambini. Il dato è importante per indirizzare le misure di quarantena e isolamento per il controllo dei contagi (Wu).
  • Uno studio condotto in Danimarca ha calcolato che nel primo anno di pandemia, nonostante la mortalità abbastanza contenuta rispetto ad altri Paesi, e per lo più limitata ai più anziani, si siano persi 30.000 anni di vita, che aggiustati per disabilità corrispondono a 520 DALYs per 100.000 abitanti, contro 368 e 1.570 rispettivamente per Germania e Olanda (Pires).
  • L’estesa vaccinazione della popolazione rende sempre meno significativi i test sierologici: anche andando a cercare gli anticorpi contro l’antigene N, e non quelli per S, la spike inclusa nei vaccini, la sensibilità degli esami a distinguere chi ha fatto covid è del 40% nei soggetti vaccinati con Moderna contro il 90% di quelli che avevano ricevuto un placebo. La spiegazione del fenomeno risiede probabilmente nel minor carico virale che comunque si verifica nei soggetti vaccinati che vanno comunque incontro all’infezione (Follmann).
  • In questa settimana si è molto parlato di terapie, a partire dal grande studio osservazionale su paxlovid pubblicato sul New England, che conferma l’elevata efficacia nella prevenzione dei ricoveri e dei decessi (rispettivamente del 70% e dell’80% rispetto ai pazienti che non hanno ricevuto le compresse), come trattamento precoce in soggetti a rischio, purché abbiano almeno 65 anni di età. Nei più giovani, invece, anche con condizioni di rischio come obesità, ipertensione o diabete, non si osserva un vantaggio del trattamento con l’antivirale orale rispetto alle cure standard (Arbel).
  • Una review su Lancet Infectious Disease coordinata da Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, riesamina invece le prove a favore dell’uso a domicilio, nelle prime fasi dell’infezione di soggetti a rischio, di FANS, e tra questi in particolare di celecoxib e nimesulide, nelle prime fasi dell’infezione (Perico).