COVID-19: aggiornamento della settimana 28-12

  • Roberta Villa — Agenzia Zoe
  • Notizie dalla letteratura
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  • Ieri, 27 dicembre, in molti Paesi di Europa, sono cominciate le vaccinazioni contro SARS-CoV-2. La giornata, ribattezzata “Vaccine day”, ha avuto soprattutto un significato simbolico, con le prime dosi inoculate in Italia a meno di 10.000 persone scelte tra gli operatori sanitari e delle RSA, oltre che ospiti di queste strutture. Da oggi è prevista da Pfizer/BioNtech di oltre 470.000 dosi settimanali di vaccino, a cui è stato dato il nome di tozinameran (brand commerciale, Comirnaty).
  • Il report della Cabina di regia relativo al periodo 14-21 dicembre ha confermato l’inversione di tendenza dell’indice di trasmissione emerso la settimana precedente, in linea con una ripresa dei contagi in altri Paesi europei. In tutte le Regioni e Province autonome la situazione resta riconducibile però a uno scenario di tipo 1, con l’eccezione del Veneto in cui il tasso di positività del 36,3% è quasi il triplo di quello nazionale (Ministero della Salute).  
  • In diversi parti del mondo, dal Giappone all’Australia, sono stati identificati casi di COVID-19 provocati dalla stessa variante VUI 202012/01, in sigla B1.1.7, ritenuta più contagiosa, che ha preso il sopravvento nel sud dell’Inghilterra e ha spinto il governo britannico a inasprire le misure di controllo del contagio durante le festività.
  • Al 27/12/2020 abbiamo in tutta Italia: 23.571 ricoverati con sintomi, di cui 2.580 in terapia intensiva, mentre 581.760 sono i positivi in isolamento domiciliare (dati Ministero della Salute).
  • Cala ancora, rispetto alla scorsa settimana, la pressione sulle terapie intensive, con la maggior parte delle regioni più vicina al 30 che al 50% di occupazione dei letti in rianimazione, mentre solo la provincia autonoma di Trento resta sopra il 50% (Infodata – Il Sole 24 ore).
  • Due diversi studi pubblicati sul New England Journal of Medicine forniscono dati rassicuranti sulla durata dell’immunità conferita dall’infezione naturale e sulla capacità degli anticorpi contro SARS-CoV-2 di prevenire reinfezioni. Il primo studio è stato condotto in Islanda su oltre 2.100 campioni di siero prelevati a più di 1.200 pazienti con diagnosi tramite test PCR, messi a confronto con quelli di 4.222 persone messe in quarantena perché contatti di positivi e quasi 23.500 di cui non si conosceva il grado di esposizione. Dai risultati è emerso che a 4 mesi oltre il 90% dei pazienti era ancora positivo per gli anticorpi (Gudbjartsson 2020).
  • Il secondo lavoro riguarda oltre 12.500 operatori sanitari degli Ospedali universitari di Oxford, nel Regno Unito, positivi alle IgG anti spike, seguiti per più di sei mesi: 223 (circa 1 ogni 10.000 giorni a rischio), dopo essersi negativizzati, hanno sviluppato una nuova infezione, con test PCR positivo e, nella metà dei casi, sintomi di COVID-19. Tra gli operatori sanitari rimasti positivi per gli anticorpi, invece, solo 2 (circa 0,1 ogni 10.000 giorni a rischio) sono risultati positivi al tampone nel corso del follow-up, ed entrambi erano asintomatici (Lumley 2020).
  • Sul fronte delle cure si susseguono invece risultati deludenti anche sul fronte degli anticorpi monoclonali. LY-CoV555, anche nota come bamlanivimab (nome commerciale AbCellera), sviluppata da ELy Lilly in collaborazione con il National Institute of Allergic and Infectious Diseases statunitense, è uno dei farmaci più promettenti. In uno studio precedentemente pubblicato sempre sul New England Journal of Medicine si era mostrato in grado di far calare di una quota fino al 70% i tassi di ospedalizzazione e di ridurre il carico virale nei pazienti non ancora ricoverati (Chen 2020). Si è quindi pensato di provare ad aggiungerlo a remdesivir, l’antivirale con i quali finora si è ottenuto solo di accorciare i tempi di ricovero in terapia intensiva, mentre l’impatto sulla mortalità non sembra raggiungere la soglia di significatività statistica (Beigel 2020). L’aggiunta del cocktail di anticorpi monoclonali al remdesivir, in pazienti ospedalizzati senza insufficienza d’organo sottoposti comunque a cure ottimali standard, non è riuscita a migliorarne la performance, tanto che lo studio è stato sospeso per inutilità dopo un’analisi ad interim su 314 pazienti (ACTIV-3/TICO LY-CoV555 Study Group, 2020).
  • L’altro farmaco a base di anticorpi monoclonali autorizzato dall’FDA statunitense, sviluppato da Regeneron, è invece riuscito a ridurre il carico virale e dimezzare il ricorso a visite mediche, ma in un campione di 275 pazienti a cui è stato possibile effettuare le infusioni senza ricoverarli. Le difficoltà logistiche rendono conto dello scarso utilizzo di questi medicinali oltre oceano, nonostante la loro disponibilità (Weinreich, 2020; Kane, 2020).