COVID-19: aggiornamento della settimana 28-11

  • Roberta Villa
  • Uniflash
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  • Continua a crescere la nuova ondata di Covid-19, con un’incidenza che nei dati aggregati raccolti dal ministero della Salute passa a livello nazionale da 353 a 388 nuovi casi registrati per 100.000 abitanti. Sale, superando la soglia epidemica, anche l’indice Rt sui casi sintomatici, che arriva a 1,04, come il tasso di occupazione dei reparti ospedalieri, dall’11 al 12%. Sostanzialmente stabile invece la situazione delle terapie intensive, che resta al 2,5%.
  • La discrepanza tra ripresa delle infezioni e condizioni gravi dipende essenzialmente dal calo dei titoli anticorpali contrastato dall’immunità che si è diffusa nella popolazione nel corso delle ondate precedenti e grazie alle campagne vaccinali. Negli Stati Uniti, per esempio, è stato stimato che circa il 94% degli abitanti sia venuto in contatto almeno una volta con SARS-CoV-2. Se si considera anche il numero di persone vaccinate, il sistema immunitario del 97% delle persone è stato esposto agli antigeni virali. Rispetto a dicembre 2021, quindi, la protezione della popolazione nei confronti di un contagio da una delle attuali varianti di omicron dovrebbe essere passata dal 22% dell’anno scorso al 63% e quella nei confronti di una malattia grave dal 61 all’89%. Per questo, a meno di brutte sorprese derivanti dalle nuove sottovarianti, ci si aspetta che questa nuova ondata non produca gli stessi effetti acuti delle precedenti (Klaassen).
  • Non sono altrettanto rassicuranti i dati che emergono sugli effetti indiretti dell’infezione: una revisione sistematica con metanalisi della letteratura che ha incluso 9 studi comprendenti in tutto 40 milioni di persone ha confermato che l’infezione aumenta il rischio di una nuova diagnosi di diabete di oltre il 60% (meno del 50% per il diabete di tipo 1, ma del 70% per il diabete di tipo 2). L’associazione è presente a tutte le età, ma più marcata sotto i 18 anni, nei maschi e nei primi tre mesi dopo Covid-19 (Zhang).
  • Riguarda i più giovani anche un lavoro pubblicato su Pediatric Neurology, che indaga l’associazione tra pregressa infezione da SARS-CoV-2 e il rischio di ictus, già osservata tra gli adulti. In un ospedale pediatrico dello Utah, nel primo semestre del 2021, dopo la grande ondata omicron che ha colpito soprattutto i bambini, si è verificato un numero di ictus di origine sconosciuta (n=13) più che triplo rispetto alla media degli anni precedenti (n=4), quando riguardavano soprattutto la fascia 1-4 anni, mentre i casi pandemici erano soprattutto oltre i 5 anni. Il maggior numero di casi si è verificato a febbraio 2021 (n=7), due mesi dopo il picco dell’incidenza pediatrica di covid-19 negli Stati Uniti, ma solo nel 45% dei casi testati (5 su 11), di cui 3 con MIS-C, sono stati trovati anticorpi anti-SARS-CoV-2. I piccoli numeri dello studio non possono dare conferme di questo rischio, stimato allo 0,32% nei bambini ricoverati per covid-19 grave in uno studio internazionale più solido, che ha raccolto dati da 61 centri di 21 paesi, pubblicato su Stroke (Vielleux, Beslow).
  • Ancora preliminari sono anche i risultati di un preprint che ha osservato la sovrapposizione di alcune caratteristiche molecolari e cellulari a livello della corteccia frontale e dell’ippocampo, tipiche dell’Alzheimer, anche in pazienti positivi a SARS-CoV-2 con e senza demenza, rispetto a controlli negativi al virus con altre malattie neurologiche accoppiati per età e genere. La presenza di neuroinfiammazione e alterazione dell’integrità della barriera ematoencefalica anche nei pazienti con SARS-CoV-2 potrebbe spiegare la somiglianza di alcuni sintomi presenti nei soggetti che sviluppano long Covid, e indirizzare verso il migliore approccio terapeutico (Griggs).
  • E il peso del long Covid non deriva solo dal virus, ma anche dalla difficoltà di adattarsi a questa condizione nei confronti della società. Dalle risposte a un’indagine condotta nel Regno Unito intervistando un migliaio di pazienti, infatti, emerge che quasi tutti (il 95%) si sentono almeno talvolta stigmatizzati per questo, mentre ben tre quarti vivono spesso o sempre questa sensazione. Il timore di subire discriminazioni o la percezione interiore di questa situazione sono più frequenti dei casi in cui ciò si verifica nei fatti, ma ciò non dovrebbe fare sottovalutare questo problema.