COVID-19: aggiornamento della settimana 20-6

  • Roberta Villa — Agenzia Zoe
  • Notizie dalla letteratura
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  • Anche l’Italia, dopo il Portogallo, e insieme a diversi altri Paesi europei, sta vivendo una nuova ripresa dei contagi. Secondo i dati aggregati del Ministero della salute aggiornati al 15 giugno, l’incidenza è risalita da 222 a 310 nuovi casi per 100.000 abitanti, con un RT calcolato sui casi sintomatici in salita da 0,75 a 0,83, con un range 0,73- 1,18, che al suo limite superiore va oltre la soglia epidemica. Ancora in calo il tasso di occupazione delle terapie intensive, da 2,4 al 2%, mentre rallenta lo svuotamento dei posti letto in area medica, dal 6,7 al 6,5% (Ministero della salute).
  • La nuova ondata estiva si associa, come altrove, alla diffusione delle varianti BA.4 e BA.5 di omicron, che secondo l’ultima stima dell’Istituto superiore di sanità, nel nostro Paese rappresentavano al 7 giugno rispettivamente l’11,4 e il 23,1% del totale dei campioni sequenziati. Insieme erano quindi responsabili già di oltre un terzo dei casi, mentre la variante BA.2, fino a poco fa largamente prevalente, retrocedeva al 63% circa di tutti i campioni esaminati (Istituto superiore di sanità).
  • Da una serie di studi che si sono preoccupati di studiare le nuove sottovarianti, il fenomeno viene ricondotto non solo alla loro alta contagiosità, ulteriormente aumentata rispetto alle precedenti, ma anche alla loro maggiore capacità, perfino rispetto a BA.2, di evadere l’immunità fornita da tre dosi di vaccino, ma anche da altre infezioni, comprese le più recenti da altre sottovarianti di omicron come BA.1. Si teme quindi che i vaccini in studio basati su omicron BA.1 possano risultare poco efficaci contro queste varianti. Anche le risposte cellulari, spesso invocate a protezione dalle formi gravi di malattia a fronte del calo dei titoli anticorpali, potrebbero non essere sufficienti. Anzi, secondo uno studio dell’Imperial College di Londra pubblicato su Science, una precedente infezione con il virus originale di Wuhan potrebbe avere un effetto inibente sulla capacità dei linfociti T di riconoscere omicron e montare una risposta adeguata (Qu, Altarawneh, Cao, Reynolds).
  • Si continua a indagare anche sui meccanismi che determinano uno così ampio spettro di gravità delle forme cliniche di covid-19. Un lavoro a cui hanno partecipato ricercatori italiani ha confermato il possibile ruolo degli anticorpi rivolti contro interferoni di tipo 1, che depotenziano la risposta antivirale del sistema immunitario. L’ipotesi era già stata avanzata da tempo anche per spiegare il peso del fattore età, anche indipendentemente dalla forma fisica del paziente. Ora, su una cinquantina di adulti, a partire dai 20 anni, per lo più senza deficit del sistema immunitario, che hanno avuto una grave polmonite da covid-19 nonostante due dosi di vaccino di Pfizer e una buona risposta anticorpale, quasi uno su quattro aveva questo tipo di anticorpi (Bastard).
  • Da una collaborazione tra l’università di Stanford e di Shelley è invece stato identificato un migliaio di geni che sarebbero associati a forme più gravi della malattia, interferendo con l’attività delle cellule NK, Natural Killer (Zhang).
  • Sul fronte dei vaccini, le autorità statunitensi hanno autorizzato i vaccini Pfizer e Moderna anche per i bambini più piccoli, a partire dai 6 mesi di età, rispettivamente fino a 4 e a 5 anni, con tre e due dosi, nonostante qualche dubbio sull’efficacia dei prodotti, soprattutto quello di Pfizer, in particolare nei più grandicelli (FDA, CDC).
  • Su Lancet Infectious Disease, l’Istituto indiano Bharat ha invece presentato i dati di fase 2/3 di un vaccino a virus inattivato per bambini e ragazzi dai 2 ai 18 anni. La frequenza degli effetti avversi, che sembrano meno numerosi e importanti rispetto a quelli a mRNA, e la possibilità di conservazione e trasporto a normale temperatura di frigorifero ne fanno un buon candidato per le prossime campagne di vaccinazione, soprattutto nei Paesi a medio e basso reddito (Vadrevu).