COVID-19: aggiornamento della settimana 2-5

  • Roberta Villa — Agenzia Zoe
  • Notizie dalla letteratura
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  • Si interrompe il trend in calo dell’incidenza dei casi di covid-19 in Italia, con una leggera risalita da 675 a 699 casi per 100.000 abitanti, secondo i dati aggregati del Ministero della salute. Resta invece sostanzialmente stabile l’Rt medio calcolato sui casi sintomatici, a 0,93. Stabili invece a livello nazionale i tassi di occupazione delle terapie intensive e in area medica (Ministero della salute).
  • Da ieri sono entrate in vigore una serie di nuove norme molto meno restrittive per la gestione della pandemia. Il green pass non sarà più richiesto per l’ingresso nei locali pubblici: fino al 31 dicembre però occorrerà ancora dimostrare di essere vaccinati o guariti per visitare gli ospiti degli ospedali. Tolto l’obbligo di mascherina in negozi e supermercati, resta l’obbligo di ffp2 sui mezzi di trasporto fino al 15 giugno e in cinema, teatri, palazzetti dello sport, ospedali e RSA fino a fine maggio. A scuola la protezione è richiesta fino alla fine dell’anno scolastico, ma basterà la chirurgica (Ministero della salute).
  • Sebbene l’Italia sia uno dei Paesi al mondo con la più alta percentuale di cittadini che hanno ricevuto il richiamo vaccinale, non procede la campagna nei confronti di immunodepressi, anziani e altri soggetti a rischio che avrebbero bisogno di una quarta dose per conservare al meglio il loro livello di protezione: solo poco più del 15% dei primi e meno del 5% dei secondi infatti si è già sottoposto al secondo richiamo. Eppure, da Israele arrivano nuovi dati a conferma dell’utilità di questa ulteriore vaccinazione dopo i 60 anni. Su oltre mezzo milione di persone oltre questa soglia di età e fino a 100 anni, nei 40 giorni successivi alla quarta dose di vaccino di Pfizer i ricoveri per covid-19 si sono ridotti di oltre il 60% e i decessi di quasi l’80% rispetto a chi aveva avuto solo la terza dose (Arbel).
  • L’infezione in gravidanza può portare a una caratteristica alterazione della placenta (placentite da SARS-CoV-2), che nell’analisi di una sessantina di casi descritti da un gruppo di istopatologi inglesi emerge come un’entità distinta da altre forme di infiammazione della placenta: in questo caso, infatti, il rischio di interruzione della gravidanza può essere alto nonostante la frequente assenza di sintomi, il normale peso della placenta e una crescita del feto che sembra conservata (Stenton).
  • Un’altra ricerca, questa volta olandese, ha cercato di verificare se la quantità di anticorpi specifici presenti nel latte delle donne vaccinate contro covid-19 cambiasse in relazione al tipo di vaccino somministrato. Il risultato è che la concentrazione di IgA protettive specifiche è maggiore se durante l’allattamento le donne sono vaccinate con prodotti a mRNA rispetto a quelli a vettore adenovirale (Juncker).
  • Uno degli aspetti finora più sottovalutati di covid-19 sono le sue sequele nel tempo, anche per le difficoltà di definire e quantificare l’entità dei disturbi che definiscono la cosiddetta “long covid”. Il BMJ però riferisce ora come attraverso diversi metodi e con il coinvolgimento attivo dei pazienti è stato possibile mettere a punto e validare un questionario che permetterà di studiare meglio questa condizione all’interno di trial randomizzati e di migliorarne la gestione clinica (Hughes).
  • Il PHOSP-COVID Collaborative Group inglese ha invece concentrato più specificamente la sua attenzione su oltre 2.300 pazienti dimessi dall’ospedale dopo un ricovero per covid-19, verificando a distanza di un anno quali erano le loro condizioni di salute. Solo uno su 4 di loro si sentiva completamente ristabilito dopo 5 mesi, e questa percentuale non calava a un anno dalle dimissioni. A soffrire di più delle sequele di covid erano soprattutto i pazienti che erano stati intubati, gli obesi e le donne. Molti indici di infiammazioni risultavano più elevati nei pazienti che a distanza di tempo risultavano avere le peggiori sequele fisiche, mentali e cognitive (PHOSP-COVID Collaborative Group).
  • Sui dosaggi di citochine e altri marcatori ematici esaminati retrospettivamente in un campione di 415 pazienti si basa anche il lavoro condotto da un gruppo di ricerca italiano guidato da Carlo Tascini, dell’Università di Udine. Dall’analisi è stato possibile mettere a punto un albero decisionale che permette di identificare a priori i pazienti che più probabilmente andranno in corso a un’evoluzione sfavorevole (intubazione o decesso). La ricerca è stata presentata la scorsa settimana all’European Congress of Clinical Microbiology & Infectious Diseases (ECCMID) di Lisbona.