COVID-19: aggiornamento della settimana 17-10

  • Daniela Ovadia — Agenzia Zoe
  • Attualità mediche
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di Roberta Villa

  • Cresce ancora l’incidenza di covid-19 in Italia, che nei dati più recenti aggregati dal Ministero della Salute supera la soglia dei 500 nuovi casi per 100.000 abitanti, passando da 441 casi a 504. Ancora in aumento anche l’Rt medio calcolato sui casi sintomatici che va da 1,18 a 1,30. Aumentano di conseguenza anche i tassi di occupazione delle aree mediche e delle terapie intensive, che arrivano rispettivamente al 9,8% e al 2,4% del totale. Otto regioni sono classificate a rischio alto e solo una a rischio basso (Ministero della salute).
  • In questa situazione di ripresa della circolazione virale, meno del 30% delle persone appartenenti alle fasce per cui è maggiormente raccomandato si sono sottoposte al secondo booster, sebbene diversi dati suggeriscano la sua utilità. In un comunicato stampa ancora non convalidato da una pubblicazione, Pfizer e BioNtech hanno riferito i dati preliminari del trial in corso sugli adulti che hanno ricevuto il nuovo vaccino bivalente contro ceppo originale e variante omicron BA.4/BA.5: il secondo richiamo (effettuato con 30 microgrammi di prodotto) è stato ben tollerato e una settimana dopo l’iniezione avrebbe già determinato un significativo aumento degli anticorpi neutralizzanti contro le due varianti rispetto a quelli presenti in precedenza (Pfizer-BioNtech). 
  • Brutte notizie invece per chi sperava nel prossimo arrivo di un vaccino per spray nasale: i ricercatori dell’Università di Oxford hanno comunicato che quello ad adenovirus di scimpanzé (che nella versione intramuscolo è commercializzato da Astrazeneca), quando veicolato tramite la mucosa respiratoria, è sì ben tollerato, ma non produce un’adeguata risposta IgA a livello locale né una forte risposta sistemica (Madhavan).
  • Intanto, uno studio che ha coinvolto 21 ospedali statunitensi nella prima metà dell’anno, in epoca omicron ma prima che fossero disponibili i vaccini bivalenti più specifici, mostra che l’efficacia del vaccino originale nel ridurre il rischio di ricovero da covid-19 per persone immunocompetenti con terza o quarta dose era intorno al 65%, mentre con il solo ciclo primario era scesa al 37%. Nei soggetti immunocompromessi l’efficacia del solo ciclo primario sfiorava il 50% mentre con un richiamo arrivava vicino al 70% (Adams).
  • Un’indagine condotta in Danimarca su oltre 44.000 adulti infettati con la variante delta o sottoposti a un test positivo o negativo durante la fase omicron della pandemia ha mostrato che, quattro mesi dopo il test, quelli che erano risultati positivi per omicron hanno mostrato un rischio più elevato di lamentare 18 su 26 sintomi tipici di long covid (soprattutto disturbi di memoria, stanchezza e dispnea) rispetto ai negativi. Il loro rischio di avere alterazioni dell’olfatto o del gusto era invece inferiore a quello di chi si era ammalato durante la fase delta. La vaccinazione con booster prima dell’infezione con omicron ha ridotto il rischio di sintomi post-acuti, ma anche dell’insorgenza di problemi di salute generali associati all’infezione.
  • Una revisione sistematica con metanalisi di 38 studi con in totale più di 2.100 partecipanti suggerisce che il test da sforzo cardiopolmonare possa aiutare a studiare l’origine di alcuni sintomi di long covid. La capacità di esercizio infatti è risultata ridotta di quasi 5 mL/Kg tra i partecipanti con sintomi di long covid rispetto a quelli senza sintomi più di tre mesi dopo un’infezione da SARS-CoV-2 (Durstenfeld).
  • Sempre riguardo ai sintomi di long covid, un’indagine di popolazione su oltre 12.000 soggetti tra i 18 e i 65 anni nel sud della Germania ha rilevato che tra 6 e 12 mesi dall’infezione da SARS-CoV-2 oltre il 31 e il 37% dei soggetti lamentava rispettivamente difficoltà cognitive e stanchezza, ma a compromettere la ripresa del benessere e delle attività precedenti erano anche disturbi toracici, ansia e depressione, mal di testa e vertigini e sindromi dolorose. Tenendo conto dei sintomi che impattano anche in minima misura sulla salute generale o la capacità lavorativa i ricercatori hanno stimato che circa il 28,5% dei partecipanti, traslabili nel 6,5% degli adulti infettati, avrebbero una sindrome long covid (Peter).
  • Il dato è coerente con quello stimato da un apposito gruppo di ricerca internazionale secondo cui a soffrire di fatica persistente, sintomi cognitivi o respiratori tre mesi dopo la malattia nel 2020 e nel 2021 sarebbe una percentuale superiore al 6% di chi ha avuto covid-19 sintomatico. Nelle donne adulte questa percentuale sale oltre il 10%, mentre scende sotto il 3% in bambini e ragazzi più giovani. La durata media di questi sintomi è di 9 mesi per chi è stato ricoverato e di 4 per chi ha curato covid-19 a casa.Si stima che circa il 15% di chi ha sintomi a 3 mesi dall’infezione dopo un anno non si sia ancora ripreso (Global Burden of Disease Long COVID Collaborators).
  • Alla luce di tutti questi dati che si sommano ogni giorno il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, dalle pagine del Guardian ha suggerite cinque azioni fondamentali per fronteggiare long covid: ascoltare i pazienti e le loro associazioni, i ricercatori e gli operatori sanitari che se ne occupano, ricordando ai malati che la ricerca è in corso e la loro situazione, per quanto frustrante, tende a migliorare. Secondo, poiché il miglior modo di non sviluppare long covid è non ammalarsi o farlo meno gravemente, è importante cercare di vaccinare la maggior parte della popolazione mondiale, oltre a continuare a somministrare test e cure. Terzo, occorre raccogliere la maggior quantità possibile di dati su questa nuova condizione, e lo si può fare usando la piattaforma che l’OMS ha appositamente predisposto a questo scopo. Quarto, occorre potenziare gli investimenti sulla ricerca in questo campo, e non solo nei paesi più ricchi. Infine, è indispensabile garantire a chi soffre di long covid cure multidisciplinari e ogni tipo di supporto necessario.