COVID-19: aggiornamento della settimana 15-8

  • Roberta Villa — Agenzia Zoe
  • Notizie dalla letteratura
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  • Nella prima parte di agosto è continuato il calo dell’incidenza e della velocità di trasmissione della pandemia, ormai stabilmente sotto la soglia epidemica. L’Rt calcolato sui casi sintomatici scende infatti a 0,81, mentre, dai dati aggregati raccolti dal Ministero della Salute, tra il 5 e l’11 agosto si sono registrati solo 365 casi per 100.000 abitanti contro i 533 della settimana precedente. Si riduce anche l’occupazione dei posti ospedalieri dovuti a covid-19: in terapia intensiva il 9 agosto i pazienti covid-19 occupavano il 3,6% dei letti rispetto al 4,2%  del 2 agosto, mentre in area medica, nello stesso intervallo di tempo, si è passati dal 16% al 13,7% (Ministero della salute).
  • È attivo in tutto il mondo lo studio delle nuove varianti e sottovarianti, in particolare della BA.2.75, ribattezzata “centaurus”. Questa sembra avere un vantaggio evolutivo rispetto a BA.5, attualmente dominante nel nostro Paese, da cui è filogeneticamente distante. In un preprint pubblicato su bioRxive, il gruppo di Key Sato, a Tokyo, ne ha descritto le caratteristiche a oggi note, suggerendo che possa rappresentare una minaccia maggiore della sottovariante corrente. Di altro parere sono gli esperti intervistati su Nature, secondo cui BA.2.75, che, emersa in India a maggio, non ha provocato lì un’importante ondata di ricoveri, non avrebbe molte opportunità di affermarsi al di fuori di Asia e Oceania (Saito, Callaway).
  • In Europa e negli Stati Uniti potrebbe avere la meglio un’altra sottovariante derivata questa volta da BA.4, in particolare BA.4.6. Il vantaggio su BA.4/5 di questa sottovariante (e di altre con la stessa mutazione R346, come BA.4.7 e BA.5.9) sembra dipendere da un ulteriore incremento della capacità di evadere la risposta anticorpale. Sembra riesca a sfuggire anche agli anticorpi monoclonali di Evusheld, mentre bebtelovimab pare mantenere la sua efficacia (Jian).
  • Un altro gruppo giapponese ha indagato in laboratorio BA.5, mettendola a confronto con BA.1, BA.2 e l’omicron originale BA.1.1: BA.5 non sembra avere maggiore capacità di replicazione, ma una tendenza a danneggiare gli endoteli e gli alveoli polmonari più delle altre sottovarianti. Inoltre, indurrebbe una risposta infiammatoria più forte delle altre omicron esaminate, seppure sempre inferiori rispetto al virus originale (Tamura).
  • È sempre più evidente ruolo dei linfociti T nella risposta al virus: sono fondamentali nella protezione dall’infezione in modelli animali vaccinali, ma possono essere compromessi, soprattutto dopo i 50 anni, dall’infezione stessa, aspetto che potrebbe spiegare, almeno in parte, perché oltre questa età sono più frequenti le forme più gravi. Per questo, un nutrito gruppo di scienziati ad aprile ha scritto all’FDA una lettera invitando l’agenzia a includere nei criteri di valutazione dei vaccini contro SARS-CoV-2 siano chiesti anche i dati relativi alla risposta del braccio cellulare del sistema immunitario (Liu, Joseph, Wherry).
  • Anche per long covid si stanno individuando marcatori immunologici che potranno aiutare a capire meglio la fisiopatologia di questa condizione e in futuro facilitare la diagnosi e forse la terapia (Klein).
  • In Italia da mesi è ormai praticamente stabile la quota di bambini tra 5-11 anni che hanno completato il ciclo vaccinale (35%), che, aggiunti a quelli guariti, rappresentano poco più della popolazione pediatrica (51%). EMA per ora non ha invece autorizzato (diversamente da FDA) i prodotti di Pfizer e Moderna per le fasce di età inferiori, a partire dai 6 mesi. L’Organizzazione mondiale della sanità ha invece aggiornato il suo documento al riguardo, riportando le prove di sicurezza ed efficacia ottenute con le campagne vaccinali degli ultimi mesi e aggiornando gli effetti di covid-19 sui più piccoli, particolarmente rilevanti da quando è emersa la variante omicron (Ministero della salute, Organizzazione mondiale della sanità).
  • Uno studio osservazionale di coorte condotto a livello nazionale in Canada e pubblicato su Lancet ha ulteriormente confermato la buona sicurezza dei vaccini anti-covid-19 anche in gravidanza. Nei sette giorni successivi alla vaccinazione, solo dopo una seconda dose di Moderna le gestanti avevano un’incidenza maggiore di eventi di salute sufficientemente significativi da impedire le attività quotidiane, indurre a rivolgersi al medico o perdere almeno un giorno di lavoro rispetto a quelle non vaccinate. Né la prima dose di questo vaccino, né le due di Pfizer davano eventi più frequenti delle donne non vaccinate. Rispetto a coetanee vaccinate, ma non gravide, le donne vaccinate e gravide avevano addirittura un rischio ridotto di eventi con qualunque dose di entrambi i vaccini. Una review su BMJ presenta invece lo stato dell’arte delle conoscenze sul vaccino in gravidanza, indagando anche sulle ragioni dell’”hesitancy” in questa particolare condizione (Sadarangani, Badell).