Coronavirus: studio Humanitas, 15% personale venuto a contatto con virus


  • Adnkronos Salute
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Roma, 27 mag. (Adnkronos Salute) - E' il 15% di tutto il personale ospedaliero ad essere venuto a contatto con il coronavirus nelle strutture lombarde del gruppo Humanitas, senza sostanziali differenze fra operatori in prima linea nei reparti Covid e personale di staff in smartworking. Una chiara indicazione che l'ospedale, se ben protetto, può essere sicuro. È quanto emerge dal primo studio epidemiologico italiano di grandi dimensioni, condotto da Humanitas su circa 4mila professionisti e basato su test sierologici e, in caso di IgG positive, tampone. Obiettivo della ricerca (Covid Care Program) è comprendere l’effettivo sviluppo della risposta immunitaria (IgG) a Covid-19 tra medici, infermieri, operatori socio sanitari, tecnici ma anche personale amministrativo.

I risultati dello studio, chiarisce una nota, "ci aiutano a capire meglio come e dove il virus sia circolato, quante persone sono state realmente esposte e, in ultima analisi, quale livello di immunità 'di gregge' potremmo aver raggiunto". Lo studio, spiega Alberto Mantovani, direttore scientifico di Humanitas e professore emerito di Humanitas University, "mira a contribuire allo sviluppo delle conoscenze sulla risposta anticorpale e sulla correlazione tra questa e la protezione dal virus. Un lavoro che si distingue per dimensioni e perché dedicato a una popolazione specifica come quella ospedaliera. Ne emerge che l’ospedale, se ben protetto, può essere un luogo sicuro per i pazienti e per chi ci lavora. I dati evidenziano inoltre come la diffusione del virus tra il personale delle diverse strutture sia in linea con la situazione del territorio di appartenenza".

I primi risultati sono stati resi disponibili in modalità open access (https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.05.24.20111245v1), che consente alla comunità scientifica di disporre dei dati in attesa della loro pubblicazione sulla rivista scientifica cui il manoscritto è stato sottomesso.

A fine maggio si conclude la prima fase dello studio, che prevede una partecipazione articolata in 4 fasi per la durata complessiva di un anno: i test sierologici verranno quindi ripetuti ad agosto e novembre 2020, ed infine a maggio 2021.

"Abbiamo testato e misurato la presenza di anticorpi IgG contro SarsCov-2- spiega Maria Rescigno, ricercatrice di Humanitas che ha coordinato Covid Care Program - in 3.985 persone. Tutti professionisti di ospedali e centri medici Humanitas lombardi a che, in questi mesi, hanno avuto un livello diverso di esposizione al virus". Humanitas Gavazzeni a Bergamo, trasformato fin dall’inizio dell’emergenza in un ospedale Covid (con 260 posti letto dedicati), e l’Irccs Istituto Clinico Humanitas di Rozzano e Humanitas Mater Domini di Castellanza, che dal 23 febbraio hanno messo a disposizione rispettivamente 300 e 75 posti letto per pazienti Covid, sono state certamente le strutture più esposte al virus. Lo studio è stato condotto anche in Humanitas San Pio X a Milano e nei Medical Care presenti sul territorio di Milano e Varese.

"Dallo studio - prosegue Rescigno - emerge che la percentuale di positivi agli anticorpi IgG contro SarsCoV-2 è pari al 15%: si va dal 3% di Humanitas Medical Care di Varese al 43% di Humanitas a Bergamo, la zona non solo lombarda, ma d’Italia più duramente colpita da Covid. Insieme a questo dato, la percentuale di positività identica fra medici e infermieri che sono stati in prima linea contro il virus e personale di staff, che per lo più ha lavorato da casa in smartworking, fa pensare che la diffusione del virus sia avvenuta per lo più al di fuori degli ospedali. Un dato rinforzato dall’alta percentuale di professionisti (32%) che sono stati a contatto diretto con familiari affetti da Covid.

Il maggior numero di positivi si registra fra le donne (14% rispetto all’11% degli uomini), mentre l’esposizione al virus varia in base all’età, decrescendo nel sesso femminile con l’aumentare deli anni. Gli uomini registrano invece un picco di positività tra i 40 e 50 anni. Fra le persone positive alle IgG, la percentuale di asintomatici è il 10%, superiore (20%) quella di chi ha avuto 1-2 sintomi (paucisintomatici) per lo più perdita di olfatto e/o gusto e febbre.

"Il progetto - aggiunge Alberto Mantovani - rappresenta un contributo originale alla ricerca per la lotta contro Covid-19. Non ha l’obiettivo di fornire la cosiddetta 'patente immunitaria' perché allo stato attuale delle conoscenze nessuno può assicurare che una persona non si ammalerà, o riammalerà, di Covid-19 sulla base della presenza di anticorpi". Resta quindi fondamentale, anche per chi ha partecipato allo studio, attenersi ai comportamenti responsabili.

"L’importanza dello studio - conclude Mantovani - è legata al fatto che permetterà, grazie alle fasi successive, di chiarire la relazione esistente fra i diversi livelli di anticorpi e la resistenza al virus, aiutandoci a definire la quantità di anticorpi necessaria per avere una protezione efficace ‘sul campo’. Inoltre, permetterà di capire quanto durano la risposta e la memoria immunologica e, quindi, l’eventuale protezione".